Acquari e dolori

25 Febbraio 2008

Più male che altro - Massimiliano VirgilioL’acquario dei cattivi -Antonella del GiudicePer un caso abbastanza carino, capita che in questa settimana vengano presentati qui a Napoli, in occasione della loro uscita, due libri scritPiù male che altro - Massimiliano Virgilioti da due amici ed ex colleghi del laboratorio di scrittura. Sarà perché li conosco, ma li trovo entrambi molto bravi e certamente meritevoli di acquisto e lettura (benché, nel caso specifico, i due libri in questione non li abbia ancora letti). Se la cosa v’incuriosisce, siete a Napoli e vi fidate, andateci senz’altro.

Domani, martedi 26 febbraio, presso la Feltrinelli di piazza dei Martiri, alle 18, Antonella Cilento e Antonio Pascale presentano Più male che altro di Massimiliano Virgilio (Rizzoli). Qui la scheda sul sito 24sette e qui un estratto dal libro.

Giovedi 28 febbraio, presso la Libreria Treves, in Piazza Plebiscito 12, Andrea Di Consoli e Marco Lombardi presentano L’acquario dei cattivi di Antonella Del Giudice (Alet). Qui la scheda del libro sul sito Alet. Qui alcune recensioni e qui un estratto.

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Per essere chiari

9 Febbraio 2008

Bandiera Israeliana

Io -il titolare di questo blog-, per quanto poco importi all’universo, solo accidentalmente ora, dopo la faccenda della lista dei professori della lobby sionista e quella della contestazione della presenza di Israele al Salone del Libro, e prima di innumerevoli altre pericolose idiozie che inevitabilmente seguiranno, sento il bisogno di dichiarare formalmente:

  • che sono un lobbysta sionista
  • che amo appassionatamente la cultura ebraica, gli scrittori ebrei, i musicisti ebrei, gli artisti ebrei, i registi ebrei, gli sceneggiatori ebrei, gli attori ebrei, gli psicologi ebrei, i filosofi ebrei. Gli ebrei;
  • che sto dalla parte di Israele e degli israeliani contro coloro che vogliono buttarli a mare da sessant’anni, indipendentemente dal fatto che anche i palestinesi abbiano diritto ad uno stato democratico;
  • che sono sempre più preoccupato, e con fondati motivi, dell’antisemitismo che avvelena le menti ed i cuori di un sacco di gente, travestito da “antisionismo”, e giustificato da un idiota riflesso di presunta “giustizia”;
  • che mi piacerebbe essere -forse lo sono, non lo so- uno sporco ebreo
  • che tutto il peggio che abbia prodotto l’umanità, nelle manifestazioni organizzate di tipo ideologico (il nazifascimo, lo stalinismo, l’integralismo islamico, l’inquisizione, ecc.), ha in comune almeno i nemici: gli ebrei. E Israele, la democrazia liberale, gli Stati Uniti;
  • che questo, anche se non solo questo, sia già un ottimo motivo per amare gli ebrei, Israele, la democrazia liberale, gli Stati Uniti.

Ecco fatto. Ora va un po’ meglio

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Pret a ecrire

6 Febbraio 2008

Ci sono situazioni in cui non puoi fare altro che dire “sottoscrivo”. Così risparmi pure la fatica di articolare un concetto di cui sei convinto con parole originali. Oggi mi è successo due volte, la prima con un articolo di Adriano Sofri. Ma non posso nè citarlo nè linkarlo, perchè l’ho sentito alla rassegna stampa di Bordin a Radio Radicale, e sul sito del Foglio oggi c’è solo un paginone sulla moratoria per l’aborto, e “Il sito è in ristrutturazione”. Mala tempora Currunt. Se lo trovo poi lo linko. Parla dei Radicali, di Veltroni e delle alleanze elettorali. (Trovato oggi, sul sito RnP: eccolo)
La seconda invece l’ho trovata sul sul blog di Matteo Bordone. Qui. E ve la sintetizzo.

Questa questione della Fiera del Libro di Torino e la polemica relativa all’invito di Israele come paese ospite. Ecco: la polemica è una buffonata. Israele è un paese e ha una cultura. Se ne facciano una ragione sia Tariq Ramadan che quelli che gli vanno dietro e fanno dei distinguo di ’sta minchia.
Le richieste di boicottaggio o di bilanciamento vanno rimandate al mittente con una pernacchia. Da qualunque posto vengano e in qualunque lingua siano.
Questa è la posizione di Freddy Nietzsche. Shalom. Salaam. Arrivederci.

Ed è, nel nostro modestissimo, la posizione -se non equivocate maliziosamente- di questo irrilevante blog. 

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Incenerire le balle

24 Gennaio 2008

Ho ascoltato quest’espressione poco fa al tg, riferita ad un’operazione di prossimo auspicabile svolgimento. Ho avuto l’istintiva impressione che in realtà sia già stata abbondantemente portata a termine.

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Un PSDI per il XXI secolo, o: aridatece Tanassi

19 Gennaio 2008

Mario TanassiLo ricordate, il PSDI?
Nei tardi anni ‘70, era un partito che si caratterizzava nel comune sentire, e nel satireggiare dei commentatori e dei comici, per alcune caratteristiche particolari. Erano corrotti e clientelisti non più degli altri partiti di governo ma erano, o sembravano, particolarmente fessi, e particolarmente magnoni. I suoi leaders erano spesso esilaranti macchiette. Ed erano quelli che più spesso, le rare volte in cui accadeva, molti anni prima di mani pulite, cadevano vittime sacrificali delle inchieste giudiziarie. Capri espiatori, non senza colpa, certo, ma che sovente pagavano per tutti, come nel caso Lockheed.
Ridicoli, inetti e talvolta arroganti lo erano. Nicolazzi, Pietro Longo, la Bono Parrino. Facchiano. Chi se li ricorda non penso possa reprimere un sorriso misto ad un brivido di turbamento al loro pensiero.
Però avevano una storia nobilissima alle spalle. E proprio per questo erano emblematici della degenerazione della politica in Italia. Nati nel ‘47 con Saragat in una circostanza tra le più drammatiche della repubblica, in cui si erano scissi dai socialisti frontisti, per sostenere le ragioni del socialismo riformista e liberale contrapposto a quello allineato con Stalin e le dittature dell’est, si sono dapprima nutriti dei dollari americani, cosa che già in qualche misura induceva a rilassamenti di tensione etica. Poi, coll’approdo del PSI alle stesse sponde riformiste di cui loro erano stati pionieri, avevano perso ogni ragion d’essere. Tentarono anche un’unificazione, fallita per insuccesso elettorale (vi ricorda qualcosa di recente, per caso, tipo la Rosa nel Pugno? I socialisti, pare, tendono a mollare le ottime motivazioni ideali sui progetti di ampio respiro quando il corto respiro rischia di toglier loro qualche assessore….). Da quel momento, diventarono l’archetipo del partitino magnone, interessato solo alla propria sopravvivenza autoreferenziale, alle poltrone, alle lottizzazioni ed ai voti degli amici.
Ebbene, il caso di Mastella e dell’ UDEUR di questi giorni, mi sta riportando nostalgicamente alla mente quelle fronti inutilmente spaziose (come ebbe a definire Fortebraccio uno dei segretari socialdemocratici). Per analogie e differenze. Per analogie, perchè mi pare evidente che se -toh, che sorpresa!- Clemente e signora e consuocero e annessi fanno pressioni più o meno illecite per piazzare amici e parenti nei posti di comando di asl e strutture d’interesse pubblico di ogni tipo, non sono certo una scandalosa eccezione, tra i politici ed i gruppi di interesse organizzati nei partiti. Ma essendo il ras di Ceppaloni il più sfrontato e manifesto tra i magnoni d’oggidì, rischia di pagare per tutti. Proprio come Tanassi e Pietro Longo. E Craxi, anni dopo, sebbene con alle spalle un percorso diverso.
Però, ci sono anche delle differenze tra i seguaci del campanile e quelli del sole nascente. Il PSDI nasce per una necessità storica, con ottime ragioni ideali e con un leader che è stato un padre della patria, poi si degrada per strada quando quelle ragioni vengono meno. L’UDEUR nasce da un inestirpabile ceppo democristiano clientelista meridionale. E cresce e prospera a tutt’oggi, coerentemente, per le stesse ragioni per cui è nato. Occupare poltrone. Ricattare, piazzare amici, dare posti di lavoro ai paesani ed agli elettori, far prosperare il bacino elettorale.
Da questo punto di vista, erano meglio quegli altri. 
Per concludere: non mi pare né bello né intelligente rallegrarsi troppo di arresti e dimissioni. E’ parziale, a voler essere ottimistici prematuro. Se resterà solo lui a pagare per tutti, sarà un rimedio peggiore del male. Avremo sfogato il nostro malumore con la soddisfazione che almeno qualcuno avrà pagato -il più fesso o il meno machiavellico-. Io mi sentirei più soddisfatto non dico (non direi mai) a vedere in galera anche tutti gli altri, ma certo a casa, e se non tutti, almeno qualcun altro. Forse. E qualcuno al loro posto che cambi le leggi come quella sulle ASL che prevedono nomine politiche -e non professionali. Mi basterebbe. E sarebbe una soddisfazione meno facilmente biliosa.

PS: è la seconda volta in questo blog che mi ritrovo ad avere comprensione per Clemente Mastella. Secondo voi c’è da preoccuparsi? 

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L’abbuffata di caramello di leoni ed agnelli ai tempi del colera

14 Gennaio 2008

Robert RedfordBisogna trovare un titolo per il post, anche quando si è a corto di fantasia. Dunque, per questo frettoloso riassunto degli ultimi quattro film visti, accontentatevi di questa ipotetica storia (non priva di qualche interesse, se qualcuno l’avesse inventata).
Ma non tergiversiamo. Leoni per agnelli, l’ultimo visto, ha messo a dura prova la mia mandibola, che ha rischiato di slogarsi a furia di sbadigli. Di questo film di Robert Redford era facile immaginarsi tutto prima ancora di vederlo: grande invettiva liberal, a base quasi esclusivamente di conversazioni campo/controcampo, contro le guerre di Bush, in nome di un’America che piace a tutti, intelligente, morale, appassionata ed elegantemente friendly come il professore universitario interpretato dal regista, contrapposta a quella ipocrita e guerrafondaia dell’ambiguo senatore repubblicano Tom Cruise. Il dualismo emerge prepotente anche nell’impostazione iconografica: da un lato un settantenne giovanile e piacente, in camicia sportiva dentro una luminosa stanza di campus piena di libri, dall’altra un giovane politico rampante in completo blu, cravatta e spilla a stelle e strisce dentro uno studio tutto mogano, bandiere, foto in cornice e tradizione. In mezzo, la storia di due ragazzi -un negro ed un ispanico-, volontari in Afghanistan, vittime delle nuove strategie belliche del senatore ed ex studenti del professore. Il tutto molto teatrale, parlato, didascalico, prevedibile. Poteva andar peggio: sono rimasto sveglio fino alla fine.

CaramelCaramel rientra nella categoria dei film per i quali si spende volentieri la parola carino. Anche quella grazioso. Bello è forse troppo dire. E’ il lungometraggio d’esordio di una giovane e splendida libanese -che ne è anche la protagonista-, Nadine Labaki, il cui unico difetto è una certa somiglianza con Elisabetta Gregoraci, difetto che ha molestato solo marginalmente la visione del film, almodovarianamente ambientato in un salone di bellezza di Beirut, nel quale s’intrecciano le storie sentimentali di un gruppo di donne, tra ironia e malinconia. Quel che mi ha colpito, oltre al fascino di quasi tutte le protagoniste, è stata l’ambientazione: una città ed una umanità mediorientale forse non del tutto aliena dagli stereotipi dello spettatore occidentale, ma senz’altro con stereotipi meno scontati. Interreligiosa (cristiani e musulmani così simili nella loro naivetè mediterranea), laica, tradizionale ed allo stesso tempo affascinata dal glamour dell’occidente (la cosmesi, il trucco, l’acconciatura). La sensazione di estrema familiarità “sentimentale” che ho provato ha le sue coordinate nello spazio fisico -per una volta corro il rischio del luogo comune- del mediterraneo, e nel tempo: quella frazione di Beirut che si vede ricorda molto l’Italia di qualche decennio fa, e la sua umanità quella di certe commedie in bianco e nero di un tempo cui siamo molto affezionati. Per un figlio di profumiere napoletano nato negli anni ‘60 quale sono, certi ambienti risultano inevitabilmente proustiani.

L’amore ai tempi del coleraTalvolta ci si augura che il proprio intuito non sia affidabile, e che il (pre)giudizio che ci porta a profetizzare che un certo film sarà con ogni probabilità terribile magari è infondato, e ci aspetta invece una bella sorpresa. Non è stato, purtroppo, il caso di L’amore ai tempi del colera, che sono stato costretto a vedere per le insistenze del mio caro amico M. E’ proprio come temevo che fosse. Tremendo. Fasullo, leccato, mal recitato, pretenzioso e ridicolo, e pieno di svarioni da antologia (tra gli altro, un termometro tascabile di tipo moderno che sbuca in una visita medica del 1860, scritture in inglese in un centroamerica iperoleografico che sembra preso di peso dal vecchio spot del Nescafè,  malriuscite acrobazie di trucco e di cambio di interprete dalle logiche del tutto misteriose). Se avevate dei dubbi sulla bravura di Giovanna Mezzogiorno, questo film li fugherà in un istante. Se non ne avevate su quella di  Javier Bardem, ve li farà venire. Tutto sommato, era meglio lo spot del Nescafé.
Infine, anche se è roba un po’ datata, avevo visto tempo fa L’abbuffata di Mimmo Calopresti. E quasi esclusivamente per ragioni personali, essendo il film ambientato in Calabria,  a Diamante, che è il paese in cui vado in vacanza da quando avevo nove anni. E, con tutta la generosità possibile, senza queste ragioni, non ha molto senso andarlo a vedere. Non che sia sgradevole, intendiamoci, ma nella sua pretesa levità, ironia, allegria venata di malinconia, si legge solo una intenzione, una diligente buona volontà priva di qualsiasi reale energia. Un compitino crepuscolare. Meglio andarci di persona, a Diamante, soprattutto fuori stagione.

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Il monologhista

9 Gennaio 2008

L’ottimo Enrico mi segnala un articolo di Alessandro Gilioli dell’Espresso. Su Beppe Grillo, tanto per cambiare, e sulla storia di un’intervista che non è stata mai fatta. Dice molto sul personaggio, e, personalmente, non mi sorprende più di tanto. Vale la pena leggerla:

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/01/09/lintervista-mai-fatta-a-beppe-grillo/

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Parole

8 Gennaio 2008

Questo è un periodo nel quale si affollano avvenimenti pubblici da prima pagina che in qualche modo mi riguardano, che mi sono fisicamente prossimi. Io vivo al centro di Napoli e lavoro spesso a Pianura. E, nel difficile momento anche personale che sto attraversando, non mi è facile “commentare” gli eventi pur così vicini alla mia vita. Mi è difficile in genere, per l’orrore che ho delle retoriche, dei luoghi comuni, delle indignazioni e rabbie a un tanto al chilo, delle sicumere di chi ha capito tutto.
Anche per questo, forse, mi è piaciuto particolarmente l’articolo che Raffaele La Capria ha scritto oggi sul Corriere della sera.

Io so. Così iniziava un famoso articolo di Pasolini. Lui sapeva o presumeva di sapere, insomma aveva un’idea precisa nella testa di quel che era il Palazzo del potere. Ma io come posso cominciare questo articolo sulla monnezza a Napoli, come posso se non con un accorato: Io non so.
(…)
Tempo fa, più di dieci anni fa, avevo scritto: «Napoli è una città intellettualmente vivace, dicono. Mostre, convegni… poi esci dalla mostra e dal convegno e ti ritrovi con sdegno in una strada così lontana dalla cultura a causa della lordura, che inevitabilmente sei portato a pensare: Ma non sarebbe meglio, in nome della cultura, cominciare prima a pulire il vico (vicolo) e poi occuparsi del Vico (autore de “La Scienza Nuova”)? » Ma questi sarcasmi che allora compensavano la mia indignazione oggi non bastano più, torna meglio quel detto di Nietzsche: «Nessuno mente più dell’indignato».
 

Questi sono solo un paio di passi, ma vale la pena di leggerlo tutto. Nella parte finale, La Capria si chiede come mai tutto il dichiarato e parossistico amore che i napoletani hanno per Napoli (e, aggiungerei io, il suo rovescio speculare, l’odio implacabile che spesso gli si accompagna o lo sostituisce, e che è fatto della stessa pasta retorica ed acritica) non li hai mai portati a riflessi responsabili, al di là delle retoriche delle indignazioni e dei cinismi rassegnati.
E’ una domanda fondamentale, credo. Che dovrebbe portare a riflettere su certi atteggiamenti diffusi, che si esemplificano nei concetti tipo “Napoli è anche altro”, ”Napoli non è solo camorra”, nei giornalisti e nei politici partenopei che si indignano con tipico riflesso sciovinista quando chiunque non sia napoletano osi parlare criticamente di Napoli camorra monnezza e degrado, (versione “alta”) o, (versione “bassa”), nell’immagine da incubo, su cui non si è riflettuto secondo me abbastanza, di Gigi D’Alessio che brucia sul palco la copia dell’Espresso con il famoso reportage di  Giorgio Bocca.
Tutto questo meriterebbe una riflessione lunga, che ora non mi sento di affrontare. La butto lì, per ora, come avete letto. Varrà la pena di ritornarci, se sopravviveremo a queste giornate.

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Countdown

4 Gennaio 2008

Stamattina, 4 gennaio, esco di casa per fare delle commissioni. Il cielo della città è velato di un grigio sporco. Al Corso Umberto, le gente naviga distratta tra le vetrine dei negozi in saldi e le bancarelle degli africani e degli asiatici sul bordo dei marciapiedi. Al centro, dove dovrebbero passare auto e bus, nessuno. In lontananza, verso Piazza Garibaldi, c’è un corteo preceduto da una decina di poliziotti. Mi avvio a piedi verso Piazza Municipio.
Passando davanti alle edicole, i giornali mostrano titoli come “Rifiuti: è rivolta a Pianura”; “Cacciamo Bassolino”;”Prodi: Rifiuti, è vergogna intollerabile”.
Sul percorso, compaiono ogni tanto vigili urbani che con aria sicura dirigono più che altro il traffico pedonale oppure sostano davanti ai mezzi disposti di traverso per impedire alle auto di passare.
Sbrigo le cose che ho da fare in una mezzora e prendo al volo il 202, sperando che ora per il Corso si passi. Non si passa. Il bus attraversa in 10 minuti i 50 metri di Piazza Bovio. Prima di scendere assieme al resto delle persone, guardo in alto e avanti. Il display rosso a scorrimento mostra:

System demo
26 characters
Animations

Date & time: 30/3/2001 12:19
276 days 23 hours 40 minutes to year 2002!
Thank you

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Freddezza giornalistica

3 Gennaio 2008

L’anno comincia bene, dal punto di vista dell’originalità nelle notizie.

Al TG2 di stasera (20.30) apprendiamo che l’Italia è nella morsa del gelo.

Ne siamo costernati. Attendiamo con ansia le evoluzioni della colonnina di mercurio e le fondamentali raccomandazioni degli esperti per evitare insidiose malattie da raffreddamento, quali il non esporsi al gelo ed il coprirsi bene.

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