Pompieri, fotografi, disegni e libri

Ferrania Pancro - illustrazione di Guido ScarabottoloQuella che vedete qui di fianco, e che potete ingrandire cliccandoci sopra, è l’illustrazione che il grandissimo Guido Scarabottolo ha realizzato per il mio racconto Ferrania Pancro. Il racconto e l’illustrazione fanno parte di Bombeiros, l’antologia di racconti illustrati edita da Tapirulan e che è stata presentata il mese scorso a Cremona, nella bizzarra sede della caserma dei vigili del fuoco.

Non posso dire altro se non che quest’illustrazione è semplicemente quanto di meglio potessi immaginare per questa minima storia di memoria fantasmi e fotografie, che ne viene nobilitata ben oltre i suoi meriti. Ed è per questo che ne parlo solo ora: ho finalmente ricevuto il file dell’illustrazione e l’autorizzazione di Guido a pubblicarla qui. E lo faccio, con gratitudine. Ci aggiungo l’inizio del racconto e il link per acquistare il libro online, ove mai foste curiosi di sapere come va a finire.


Io sono quello in alto a destra. Il ragazzino coi pantaloni corti che fa la verticale vicino al parapetto. Più lontano, dal lato delle antenne, c’è Lucia, la ragazza che sta a servizio dai Castelli – noi all’epoca le chiamavamo le serve, oggi non si usa più. Lucia sta stendendo la biancheria, e si vede solo la schiena, che si piega in avanti verso il catino che sta per terra.
In primo piano, Antonio, il portinaio, con gli occhiali e il berretto – tutti i portinai portavano il berretto, qualcuno pure la divisa, nei palazzi dei ricchi. Questo non è un palazzo di ricchi, certo, ma neanche di poveri. Sotto la superficie del terrazzo – si vede nella foto l’ammattonato, con le piastrelle di cotto, un piccolo lusso – si estendono verso il basso cinque piani, ognuno con tre appartamenti. E in questo momento, nel momento in cui è stata scattata la foto, quasi in ogni casa c’è qualcuno. A cucinare, a lavorare, a letto con la febbre. A vivere. Le rare televisioni, posate su autorevoli catafalchi, si accenderanno solo la sera, le trasmissioni cominciano alle cinque.
Fosse una giornata come le altre, dovrei essere a scuola, ma la mia classe oggi è andata in gita d’istruzione a Pompei, e io, che sono allergico alla polvere e alle cose vecchie in genere, sono stato esentato.
La fotografia l’ha scattata Martino, il figlio grande di De Curtis, il ragioniere. Ha una bella macchina moderna per fare le istantanee, una Leica che gli ha regalato il cugino che sta in Germania, e oggi aveva voglia di usarla. Ci ha convocati tutti qui sul tetto, anzi sul terrazzo, che stamattina c’è una bella luce, e si vede pure un po’ di mare, in fondo. Quelli disponibili a salire su erano pochi, anzi quasi nessuno: solo Antonio e io, che gli stavo appresso in portineria, a far domande sui postini e i francobolli, sul telefonino e l’ascensore, ad aiutarlo a infilare le buste nelle buche allineate all’ingresso del palazzo.
Lucia era già lì, e quando le abbiamo chiesto se voleva farsi fotografare ha risposto che no, che si vergognava, e che poi doveva stendere i panni, non poteva perdere tempo, aveva un sacco di cose da spicciare. Di tempo ne aveva poco. Pure io, anche se non lo sapevo ancora.
Martino ci ha messi in posa, o quasi. Ci ha inquadrato. Eccoci qui. Fermi. Ha scattato.
Io sono fermo, faccio la verticale. Sono fermo a fare la verticale da quarantotto anni. Lucia da allora è curva sui panni da stendere, e Antonio sorride instancabilmente, col cappello in testa. Da tutto questo tempo noi tre condividiamo una strana condizione, che non avremmo mai potuto immaginare, quando non eravamo ancora morti, come adesso. Morti e immobili: Lucia, Antonio ed io. Antonio ebbe un brutto male, e se ne andò dopo quattro anni. Lucia, che smise presto di lavorare, per l’artrite, e non riuscì a prendere marito, è morta l’anno scorso, in un ospizio. Io però fui il primo. Un mese dopo aver fatto quella verticale, finii per distrazione sotto le ruote di un autocarro mentre attraversavo la strada. Ero quasi arrivato a scuola. (…)

Bombeiros è acquistabile online sul sito Tapirulan.it

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La manutenzione digitale dei defunti, la ruota del karma, le onde hertziane e Raffaele Pisu.

John Fitzgerald KennedySe consideriamo il tipo e la quantità di cerimonie cui partecipiamo come un indicatore simbolico del periodo della vita che stiamo attraversando, allora non c’è dubbio. Io mi trovo nel momento in cui diminuiscono matrimoni e battesimi e aumentano, sempre un po’ di più, i funerali. Il vantaggio è che a questi ultimi ci si annoia  di meno, e di solito sono anche più brevi.

Però sarebbe preferibile che non ci fossero del tutto,  si vorrebbero  evitare,  certo più di quanto si desideri evitare i matrimoni. In breve: più passa il tempo e più ci cominciano a morire persone intorno, coetanee o quasi. E ci si sente, se si è un minimo inclini al pessimismo, ma non necessariamente, dentro un cerchio i cui confini si restringono impercettibilmente, ogni giorno un po’ di più. Uno stagno di anatre in cui un cacciatore stupido e crudele spara alla cieca, in cui galleggi con gli altri pennuti e cominci a un tratto a sentire gli schizzi d’acqua dei colpi andati a vuoto, vedi affondare inopinatamente uno del tuo gruppetto, poi un altro. Vanno a fondo dopo lo sparo, e per un po’ tutti smettono di starnazzare. Poi riprendono.

Tutto questo, certo, non ha niente di straordinario. Succede, è sempre successo, continuerà a succedere, con qualche minima variante. Però mi sembra che oggi (un oggi il cui inizio non è facile stabilire retrospettivamente) stia accadendo qualcosa che rende l’approccio alla morte (degli altri) un po’ diverso.

La prendo alla larga. Qualche anno fa morì improvvisamente un amico, poco più grande di me. Ricordo, oltre a tutte le cose inevitabilmente sgradevoli cui mi mise a contatto quest’evento, un momento particolare: quello in cui cancellai dalla rubrica del cellulare il suo numero.
Esitai a lungo, soffrii il peso simbolico di quel gesto.
Mi sembrava di stare cancellandolo non solo dalla memoria del telefono, ma anche dalla mia. Un oltraggio. Poi ripresi il controllo sulla mia immaginazione un po’ troppo speculativa, e lo feci. Mi è capitata dopo una bizzarra nemesi. Nei mesi successivi, pensando a lui, lo ricordavo bene. Vedevo la sua faccia, la associavo al nome, ricordavo le situazioni che avevamo vissuto insieme, ma non riuscivo a ricordarmi il suo cognome. Un cognome comune e semplice.

Nello stesso periodo ho cominciato a sentire qua e là, a proposito di cellulari e di morti, le malinconiche storie di persone che periodicamente telefonavano al numero del parente o del compagno scomparso per sentirne la voce in segreteria, come se fosse vivo, non ci sono, non sono raggiungibile, lasciate un messaggio, vi richiamerò al più presto. Così dicevano. Oppure, in una variante frequente, si limitavano a pronunciare goffamente il nome e il cognome, preceduti e seguiti dalla voce astratta della signorina della compagnia telefonica, un inquietante ma cortese angelo accompagnatore.
Non sono più raggiungibili. O forse si, volendo. Ma non subito, magari.

E veniamo ad oggi. Da quando Facebook è entrato nella mia, e in molte altre vite -più o meno tre anni-, è successo che due dei miei “amici” siano morti, entrambi prematuramente.
I loro account sono ancora attivi, la gente continua a taggarli e a scrivere sulle loro bacheche, che sono diventate delle tombe digitali. Ci si va a portare fiori, parole, immagini, poesie, canzoni. Capita anche di trovarci qualche parola di gente inavvertita, che li invita a sottoscrivere e far girare petizioni o a partecipare a giochi. Se ne hai troppi, di amici, è quello il rischio: non si accorgono neanche che sei morto. Amici distratti.

Dunque, se nessuno si prenderà la briga di seppellirli virtualmente con qualche click, disperdere i loro bit nel vento chiudendo quella bacheca funeraria -ma chi avrebbe il coraggio di farlo, se penso alla difficoltà di quel mio piccolo gesto sul cellulare concludo che sia un peso troppo grande per chiunque- resteranno lì, chissà per quanto. Per sempre, forse.

In memoria di un server, copiati –copie di sicurezza, ma di cosa possiamo mai essere sicuri- in altri server, diffusi attraverso reti fisiche e aree, questi morti resteranno in circolazione nel mondo -le loro parole, le loro immagini- forse più delle loro ossa. E soprattutto, si distribuiranno, si espanderanno.

Pare che le onde elettromagnetiche non si estinguano nello spazio se non a distanze che per le nostre menti equivalgono all’infinito.
Trasmissioni televisive e radiofoniche, conversazioni via radio, telefonate, flussi di dati, foto, video, pagine scritte: tutto permane e viaggia nell’universo. E rende le vite delle persone, i loro gesti più insignificanti, purché trasmessi in qualche modo, cose permanenti quanto incorporee. E karmicamente cicliche. Eterne.

Su un pianeta distante quarantanove anni luce da qui, Lee Harvey Oswald sta per uccidere –ora, in quest’istante, in diretta televisiva- il Presidente Kennedy. E lo farà per i secoli dei secoli, secondo un destino incancellabile. Gli spari gemelli del suo fucile e della pistola di Ruby si rincorreranno a far frastuono di morte e televisione in giro per l’universo, per sempre.
E per sempre sarà errante nell’etere la frase d’amore che hai pronunciato tre anni fa al telefono.  La promessa non mantenuta che hai fatto a tua madre. La spesa che hai ordinato al salumiere in quel pomeriggio piovoso, le foto che hai perso quando ti si è rotto l’hard disk.  Quelle chat piene di battute divertenti che non ricordi più, e ti dispiace. La mail con cui ti sei licenziato. Tutte le mail che hai mandato, tutte quelle che hai ricevuto. Allunga il tuo pene, allungalo in eterno. Enlarge your penis, Impress your wife. You won $ 500,000. Confidential proposal. Appello importante, fate girare. Fate girare. Sono povera ragazza russa perdona se scrivo male. Lo dice Beppe Grillo, attenzione, importante. Importante. Milioni di peni eiaculano su milioni di facce, tra le galassie. E nessuno li vede, forse. Qualche testa di infedele viene tagliata meticolosamente per l’eternità. Stai benissimo in quella foto, davvero. Ma dov’era?

E così, delle nostre infanzie, della noia di certi pomeriggi di domenica che ci sembravano, per fortuna, perduti per sempre, possiamo dire che invece ne resta un’ombra, un riverbero psichico che si propaga. Un pupazzo di gommapiuma con un dente solo mosso da un signore col mento sporgente, su uno schermo in bianco e nero. Boccaccia mia statti zitta. E la gente in teatro, dietro le telecamere, ride e applaude.
Quella sera in teatro c’era mio zio. La sua risata è stata registrata insieme a quella di mille altre persone, e come ha capito Palahniuk, gli sopravvive. Continua a ridere anche adesso che è morto, riutilizzato in altre trasmissioni, e il suo sghignazzo si moltiplica espandendosi nell’universo, assieme agli altri. Miliardi di miliardi di morti che ridono spostandosi velocissimi nel buio tra le stelle.

Siamo forse, se non immortali, meno impermanenti di quel che pensavamo.
Tutto questo, certo, non garantisce dall’oblio. Ma è una chance di eternità. Può essere di conforto. E di monito.
Questa storia ha una morale: conviene, tutto sommato, evitare di dire o scrivere, o far girare troppe cazzate. E appunto ora è il caso di finire.

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Surf’s not up

“I Beach Boys? Sono quelli di A ba-ba-ba ba-babberén, giusto?”

Sono anni e anni che mi ritrovo a sentirmi dire cose di questo genere, ed ogni volta mi affretto a spiegare con fervore da evangelizzatore che si, sono anche quelli, ma soprattutto un’altra cosa molto meno popolare -soprattutto qui in Italia- e infinitamente più preziosa, e cioè quelli che dal ’66 in poi hanno rivoluzionato il pop, ispirato direttamente i Beatles di Sgt. Pepper, creato quel capolavoro assoluto che è Pet Sounds eccetera. Loro, o meglio lui: Brian Wilson, genio del songwriting al pari di Burt Bacharach e Pul McCartney, uomo infelice dalla vita tribolata, miracolosamente sopravvissuto a se stesso, alle droghe, alla malattia mentale, alla incomprensione dei suoi compagni di viaggio musicale, capace di essere stato dapprima l’artefice di quelle canzoncine rock perfette, tutta energia adolescenziale mare sole macchine e ragazze, e poi il creatore di struggenti elegie pop sulla perdita, la mancanza, l’inadeguatezza (in musica come nell’immaginario che i testi proponevano).

the-beach-boysGiovedì scorso i Beach Boys hanno suonato a Roma, in quello che era il loro tour dei 50 anni di attività, una reunion avvenuta dopo anni di divisioni, malumori e ostilità. E senza Carl e Dennis Wilson, che non sono più su questa terra. I restanti hanno circa settant’anni (la numerosa e ottima backing band mediamente la metà o meno). Io sono andato, of course, a vederli, non senza un certo timore. Ed ecco cosa ho visto.

Prima del concerto, uno sguardo sul pubblico mi rivela persone molto variegate per età, con parecchi giovani e giovanissimi. Qualche orribile tenuta surf indossata da attempati fricchettoni, si, ma nei limiti del tollerabile. L’atmosfera è allegra e rilassata. Qualcuno canticchia, guarda un po’, Barbra Ann, e sembra sia venuto fondamentalmente per sentire quello.

Il concerto comincia puntualissimo. Parte la batteria energetica di Do it again ed il pubblico -me compreso- esulta. Entrano sul palco i musicisti. Cerco Brian, eccolo, arriva. Pallido, con espressione tetra e malaticcia, si sistema ad un pianoforte sulla sinistra del palco. E mentre gli altri danno il via a un concerto tosto, divertente, energetico, lui resterà lì per due ore e un quarto a far poco o punto. Senza sorridere mai, o quasi. Una testimonianza vivente (fossi cattivo, come Flaiano direi piuttosto morente) del suo dramma -della sua vita-. Lui, l’artefice di tutto, delle stupide e felici canzoni surf, e dei capolavori pop d’avanguardia, lui che litigò con lo stolido Mike Love (cui non piaceva Pet Sounds, che disprezzava Smile, e che avrebbe cantato in eterno solo le canzoncine per rimorchiare adolescenti), lui senza il quale non ci sarebbe stato il 90% della migliore musica in circolazione fino ad oggi, stava lì, attonito, immobile, a far finta di suonare ed ad ascoltare il concerto dei suoi compagni, i Beach Boys, quelli di Surfin’ UsaI get around, di Fun fun fun Help me Rhonda. Quelli che il pubblico si aspettava  e (ri)conosceva.

brian wilsonIo ascoltavo e ballavo esaltato, come tutti, felice di sentirmi rock’n'roll, giovane(?) e stupido. E ogni tanto mi chiedevo: ma qualche canzone posteriore al ’65, no?…

E a un certo punto è arrivato questo momento più Brian, diciamo. God only knows, Wouldn’it be nice, Heroes and vilains…

Ma non funzionavano, non c’entravano con questo concerto. L’andamento delle canzoni, la loro natura composita e sofisticata sommata alla cattiva acustica spezzavano l’effetto panzer, e sembravano creare un calo di tensione. Brian poi quando canta (lo ha fatto, ogni tanto) mi fa venire attacchi d’ansia simili a quelli che mi provocava Modugno al suo ritorno sulle scene dopo l’ictus (ce la farà a mantenere l’intonazione? La voce si sta per rompere? Dio, no, ti prego). Poi, la parentesi si è chiusa. E  siamo arrivati canzone dopo canzone, riff dopo riff, coretto dopo coretto, al gran finale al fulmicotone, bis, pubblico in visibilio. I musicisti -tranne Brian- tutti felici e quasi sorpresi da tanto calore.

E’ tutta qui la storia di questo (bel) concerto, che ha messo in scena, per chi voleva e poteva vederlo, la duplicità (nel caso di Brian, tecnicamente e patologicamente la schizofrenia). Un concerto divertente, trascinante, animato da un gruppo di energici vegliardi simpatici e in forma (solo Mike Love, devo dirlo, resta piuttosto antipatico. Il suo look, l’ho finalmente capito, è identico a quello di un camorrista dei Quartieri Spagnoli, con quella camicia da fuori e il cappellino da baseball. Il suo gestire allusivo e legnoso, pure). Ho ballato, e con me il pubblico, quasi tutto il tempo. E mi sono ricordato del bellissimo concerto che vidi all’Olympia di Parigi nel 2004: Brian Wilson presents SMiLE. Un altro concerto, in tutti i sensi possibili.

Se qualcuno mi chiederà cosa ho visto giovedì scorso, gli rispondero senz’altro: I Beach Boys. Quelli di A ba-ba-ba ba-babberén, hai presente?

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Corpo d’un diavolo

james stewartUn classico archetipo dei personaggi dei comics è quello in cui si ritrovano sulla testa, nei momenti di sofferto dilemma morale, un diavoletto e un angioletto, versione maligna e versione buona di se stessi. L’uno, rosso, che istiga punzecchiando col forconcino a fare la scelta egoista e immorale, l’altro, candido, che sussurra suadenti parole di rettitudine ed onestà mentre svolazza sbattendo le alucce fragranti d’incenso. Ieri sera, mentre tornavo a casa in motorino, sferzato dal vento freddo e dalla pioggia, ho percepito con chiarezza di avere anch’io il mio satanello e il mio cherubino pronti ad azzuffarsi. Solo che, ora l’ho capito, sono di un tipo un po’ diverso dallo stereotipo disneyano. Serata inclemente, motorino traballante per le folate di vento mentre attraverso gli asfalti e i porfidi di queste strade mai uguali a se stesse (Napoli, città creativa, sempre sorprendente, non trovi mai un fosso nello stesso posto, che antidoto alla monotonia delle lisce e fredde, omologate carreggiate nordiche!). Mi fermo ad un semaforo che dà su Viale Augusto, vuoto di gente e scuro di negozi ormai chiusi. Aspetto il verde e guardo di fronte a me uno dei tristi palazzi popolar-moderni di questo quartiere. Non c’è neanche più a far velo la fila di palme nella piazzola centrale della strada: sono state tutte abbattute, decimate da un famelico insetto sterminatore. Nel palazzo noto un balcone, a un piano alto, illuminato da luci di Natale: una fila di lucine colorate che attraversa sbilenca l’inferriata e una cometa di piccole lampadine appesa al muro a fianco degli infissi. Da dentro trapela una pallida luce azzurrina.Ed ecco manifestarsi, finalmente adesso con inedita nettezza, il demonietto. Il mio demonietto di default. Il satanello triste. Il diavoluccio depresso e apocalittico, che in ogni manifestazione dell’universo sensibile mi incita a rilevarne il vuoto, la melanconia, il destino d’impermanenza. Ne colgo la presenza, mi giro una buona volta a guardarlo. E’ rosa sbiadito tendente al grigio, e al posto del forconcino ha un profilato di alluminio anodizzato da cui pende un blister di Prozac. Mi suggerisce con poca originalità di pensare alla triste tristezza cosmica di quel balcone, alle tristi serate delle tristi persone che colà spenderanno i giorni residui della loro triste esistenza, consumata sotto obitoriali luci fluorescenti bianche e, in sostanza, di identificarmi nella vacuità di quelle vite. Implicitamente non sconsiglia una possibilità di suicidio immediato (binari e treni sono in vicinanza, anzi, a pochi passi c’è una stazione collocata vari metri sotto la strada: gettarsi dal ponte sotto un treno in arrivo sarebbe gesto di rara efficacia estetica). Nei pochi secondi che mi separano dallo scattare del semaforo però succede qualcosa d’imprevisto. Un’altra vocina (di solito silente o soccombente) si fa avanti. Mi fa pensare che in quella casa forse c’è un bambino. Forse più di uno. Un bambino che è felice di avere le lucine sul balcone. E’ contento che la settimana prossima è Natale, magari ha fatto pure il presepe, aspetta dei regali, aspetta i parenti che gli stanno simpatici. Sente quel che sentivo io un milione di anni fa, quando il Natale mi rendeva felice. Ed ora un po’ di quella felicità, imprevedibilmente, occhieggia anche a me, mentre vedo il giallo dall’altra parte della strada che annuncia il prossimo via libera. E proprio mentre mi sorprendo di tutto ciò, in quel balcone, ma vedi, passa veloce una piccola silhouette dietro i vetri. Se non è un nanetto, è proprio lui. E pure la luce mi sembra un po’ più calda. Riparto, e avverto vagamente un piccolo trambusto sopra il casco, una piccola colluttazione. Sorrido beota andando verso la Mostra d’Oltremare mentre sento, nell’ordine, una vocina incazzata che dice “Maledetto Frank Capra”, un campanellino che risuona in lontananza e la vecchia accattona di Piazzale Tecchio che dice agli automobilisti “Scusate signore non avreste per caso qualche spicciolo?”

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Pentitevi!

Village PeopleNon ho letto i libri di Antonio Scurati. Ne ho lette qua e là opinioni e recensioni che non mi hanno particolarmente invogliato ad approfondire. Ma ho ascoltato e letto suoi interventi su giornali, in tv, sul web: quanto basta per farmi sviluppare un solido pregiudizio. Mi è sembrato un personaggio molto compreso nel ruolo che intende attribuirsi (e che molti sono disposti a conferirgli): quello dell’intellettuale pensoso e amareggiato, in costante interrogazione (più spesso in costante pontificazione, che se si limitasse ad interrogarsi, sarebbe molto meglio) sui mali che affliggono la nostra società, la nostra cultura, le nostre menti ottenebrate dallo sfacelo contemporaneo. Uno che ci svela continuamente di che lacrime grondi e di che sangue questo orribile occidente consumista eccetera eccetera. Un tromboncino moralista e narciso insomma, del tutto privo di ironia, dalla fronte corrugata, sempre intento ad agitare il ditino ammonitore dall’alto della sua consapevolezza di intellettuale gravato del male del mondo e della trista missione di portarne tutto il peso per rivelarcelo.

Se avevate dubbi sul mio pregiudizio, penso di averli fugati: ce l’ho senz’altro. Poi magari mi leggerò un suo romanzo e scoprirò il nuovo Dostoevskij, chi può dirlo. Ma non starei qui a parlarne se non mi fossi imbattuto ieri, su La Stampa, in un suo articolo, scritto in occasione del trentennale della scoperta del virus dell’AIDS. Questo il link (non ne ho trovato uno diretto sul sito del quotidiano). Titolo: ” AIDS, Ha 30 anni l’apocalisse dell’edonismo” (in prima pagina) e/o “Il macigno che distrusse l’illusione dell’edonismo” (nelle pagine interne). E già si può intuirne il contenuto. In sintesi: l’AIDS è stato il tragico disvelamento, la cifra simbolica e non solo dell’orribile realtà del consumo (in questo caso sessuale) e del profitto che la perversa società occidentale degli anni ’80 spacciava per vitalismo, liberazione dei costumi, ricerca della felicità. Ma è meglio far parlare direttamente Scurati, per capirci meglio.

Un decennio lungo trent’anni e durato fino a oggi. Anzi, fino a ieri. Trent’anni di fasulla e perfino lugubre joie de vivre sottilmente venati da un corrosivo presentimento luttuoso.

E vabbè, questione di gusti. Andiamo avanti.

nella società occidentale che si autorappresenta come ricca, sana, festosa, libera e gaudente, il party sfrenato continua fino alle prime luci dell’alba. Buttati dietro le spalle gli anni ’70 degli ultimi conflitti sociali manifesti e delle ultime dure lotte politiche, si predica ovunque euforicamente il nuovo verbo della società dei consumi, il cui hard core culturale e commerciale sta proprio, non a caso, nello scatenamento dei consumi sessuali. Ogni merce, anche la meno eccitante, viene sapientemente investita da un flusso di pulsioni libidinali ad opera di una legione di pubblicitari. La «liberazione sessuale», massima conquista dei movimenti di contestazione dei decenni precedenti, viene pervertita e irradiata sull’intero spettro delle merci. L’imperativo è uno solo: consumare, spandere, godere. Tre verbi che stanno chiaramente su di un continuum temporale e semantico con l’atto ed il concetto di «scopare».

Uhm. Fammi capire, Scurati. Le scopate consapevoli e politicizzate degli anni ’70 erano sane, e quelle edoniste degli anni ’80 “pervertite”?! Beh, forse, chi può dirlo. Ma qui non si parla -almeno spero- di etica, di approccio morale al sesso, giusto? Qui si parla di AIDS. Di un virus che si trasmette sessualmente (e non solo, come vedremo poi). E, ai fini pratici (scusa il tecnicismo, il pragmatismo poco umanista, viziato da freddo scientismo), il virus se ne fotte dello spirito con cui scopi: se non ti sei preso l’AIDS negli anni ’70 o ’60 (ma magari sifilide, gonorrea ed altre piacevoli alternative si) è stato solo per una circostanza extraculturale, non certo perché si scopava meglio o meno. Mi sbaglio? Non so, andiamo avanti ancora.

Per le donne e gli uomini della mia generazione, nati tra la fine dei ’60 e il principio dei ’70, l’AIDS fu una prima apocalittica rivelazione riguardo alla fatuità e falsità dell’ideologia edonista profusa prima dai gruppi di potere e poi dai ceti di governo proprio a cominciare dagli anni ’80. La sperimentammo sulla nostra pelle quella menzogna anzi – è proprio il caso di dirlo – nella nostra carne. Ci affacciammo, infatti, all’età biologica del godimento sessuale proprio quando l’agghiacciante consapevolezza riguardante il diffondersi della malattia proclamava che la festa era finita (sebbene alcuni uomini degli anni ’80 si siano ostinati a negarlo fino a ieri, anzi, fino a oggi). Raggiunti i sedici anni, quando, carichi di ormoni e di fantasie sessuali alimentate dalla dilagante nudità dei corpi, ci sentimmo pronti a buttarci nell’orgia scatenata dai nostri fratelli maggiori che erano passati dalle ammucchiate fricchettone alle agenzie pubblicitarie, ci dissero che l’orgia era un brodo di cultura d’infezione. Non avremmo addentato il frutto proibito, e non per timore del peccato ma perché era un frutto avvelenato. Per noi occidentali, l’AIDS infettava direttamente il cuore della nostra mitologia tardo-moderna. Era una piaga tipica della società dei consumi, strettamente correlata agli «stili di vita», recentemente elevati a suprema ideologia libertaria

Qui non cadrò nella tentazione di fare una grossolana ironia per attribuire l’appassionato sdegno moralista di Scurati ad una frustazione giovanile da promesse di coito tragicamente disattese.  Benchè di qualche anno più grande di lui, posso assicurare, testimoni alla mano (espressione quantomai pertinente, mi rendo conto dopo averla scritta), che mi darei la zappa sui piedi, essendo stato all’epoca tutt’altro che uno sfrenato libertino.

Ma tornando al punto, l’AIDS, sostiene il nostro, è stato un’ apocalittica rivelazione. Non il problema, la tragedia, l’argomento: ma un elemento di verità, che rivela il vero problema, e cioè la fatuità e falsità dell’ideologia edonista profusa prima dai gruppi di potere e poi dai ceti di governo. Le ammucchiate fricchettone non si capisce se facessero parte della stessa diabolica manipolazione del potere (davvero diabolico: la cultura dominante che crea la controcultura per poi poter affermare la contro-controcultura dell’edonismo consumista, altro che Orwell!) oppure se, essendo espressione del periodo precedente, ancora espressione di genuini conflitti politico-sociali, debbano essere considerate per questo senza macchia, e quindi per un’evidente Volontà Superiore, esenti da virus. Virus che peraltro, omissione non secondaria, si trasmette non solo per via sessuale, ma per contaminazione ematica. Per lo scambio di siringhe infette collegate all’uso di eroina, droga le cui radici “culturali” forse non sono precisamente quelle dell’efficientismo vitalista degli anni ’80 e seguenti. La cocaina non sembra fornire apocalissi e rivelazioni, peccato.

Più vado avanti a leggere e più mi pare che il delirio moralistico di Scurati, infuocato dalla più consunta retorica apocalittica (in senso largo, culturale, adorniano), approdi, sotto le spoglie ipocrite di un grido di dolore “umanistico”, ne più ne meno che al bigottismo ipocrita di stampo clericale. Leggasi sotto:

Ci è stato giustamente insegnato che trasformare una malattia in metafora è gesto spesso ideologicamente perverso ma è davvero difficile non notare come l’ossessione del «rapporto protetto» sia presto diventato un paradigma per l’Occidente in crisi dei decenni successivi. Dalla metà degli anni ’80 in avanti, (…) non essendo affatto propensi a rinunciare al nostro sfrenato godimento, volendo anzi continuare a lussureggiare anche in futuro, (…) abbiamo creduto di poter continuare ad andare a letto con lo spirito del tempo dei fatui e sciagurati anni ’80 indossando un preservativo, una piccola guaina di lattice immunizzante che ci garantisse l’orgasmo preservandoci, però, dal contatto con la realtà del mondo, dell’altro e, soprattutto, di noi stessi.

Insomma, Scurati è talmente attratto dal concetto di perversione che un rigo dopo avercene messo in guardia, come conseguenza di un incauto uso retorico, la abbraccia senza riserve e conclude, con un altissimo volo nei cieli della morale, stigmatizzando più o meno esplicitamente l’uso del preservativo, che, tra gli altri problemi più o meno metaforici, ci allontana dal mondo, dagli altri e da noi stessi. Perchè non siamo propensi a rinunciare al nostro sfrenato godimento. C’è solo da scegliere tra Ratzinger e Ferrara. Ma forse il modello originario è da ricercarsi altrove: in una frase pronunciata, molti anni fa, dall’allora ministro della sanità italiano Carlo Donat Cattin, il quale, di fronte alle prime evidenze dell’emergenza HIV, dichiarò che l’AIDS “non se lo prende chi non se lo va a cercare”. Appunto.

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Spero di sbagliarmi

ernesto nathanMi ripromettevo di scrivere questo post dopo le elezioni. Una riflessione che dalle elezioni parte ma forse arriva altrove. E trova un’espressione, una frase fatta. Quest’espressione è “spero di sbagliarmi”. Volevo pronunciarla a proposito del neosindaco di Napoli, che ha suscitato e suscita la mia massima diffidenza, che ha modi e parole lontanissimi dal mio sentire, che trovo irritante, demagogico, persino stupido. E che pure avrei votato, se fossi ancora residente in città. Non starò a spiegare il perché, credo si capisca. Sono stato felice non tanto della sua personale elezione, ma del risultato globale delle amministrative, della sconfitta di una destra impresentabile e imbecille, in tutta Italia e qui a Napoli in particolare, dove l’infimo livello generale della classe politica tracima, in questa destra, nella migliore delle ipotesi in personaggi da commedia dell’arte, in quella peggiore in figuri da sceneggiata, da angiporto, da casa circondariale. Non che a sinistra brillino i novelli Parri e Calamandrei, anzi. Ma tra un tagliagole ed un borseggiatore si sceglie di evitare il primo. Qui poi c’era il gendarme, coi baffoni, la divisa e la voce tonitruante. Il borseggiatore si è dileguato, è rimasto il gendarme di fronte al tagliagole. Lo abbiamo invocato, adesso è sindaco. Ha “scassato”.

Spero di sbagliarmi. Ecco l’espressione su cui mi gingillo da un po’. Lo schema retorico è classico: si fa un’operazione critica, si allertano gli interlocutori sui rischi, i pericoli probabili di una certa situazione, gli indizi evidenti di questi pericoli. E si dice però: spero di sbagliarmi.

Quante volte è davvero sincera quest’espressione? Quante volte è anch’essa una forma insidiosa di retorica? Quante volte l’ho usata avendo più a cuore il  narcistico desiderio di vedere riconosciuta la giustezza della mia analisi (vedete che avevo ragione? Frase impronunciabile, inelegante, retropensiero incontenibile) piuttosto che quello di vedere le cose andar bene, meglio di come si temeva.

E allora dico e mi dico: no, questa volta lo spero davvero, faccio uno sforzo e privilegio l’aspettativa ottimista, la bontà tonta. Spero che Napoli abbia un buon sindaco, che sia non solo onesto (siamo tutti bravi ad esserlo: basta non fare nulla), ma soprattutto capace. Che sia più bravo a fare che a dichiarare. Che sappia essere umile più che narciso. Che parli poco e agisca molto. Che trovi soluzioni e non nemici. Che sappia coltivare la pazienza del riparare più del furore dello scassare. Lo spero davvero.

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