Cose lette

Windows Svista

Raramente mi sono esilarato tanto, leggendo un post altrui, come quando ho letto questo, sul blog di Matteo Bordone, che qui vi riporto in sintesi: 

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Sono al cinema con la mia amica Francesca.[...] Stiamo per vedere The Prestige. Ci sono gli spot. [...] Xbox360. [...]Microsoft.
[...] compare il claim “La nuova generazione ha già 100 titoli as alta definzione”. Poi un’immagine della consolle e finisce.
Ci guardiamo, io e Francesca.
-Mah…
-L’hai visto anche tu?
-Eh sì, cazzo.
-C’era scritto “as alta definizione”!
-Sì.

[...]
Nella mia vita di spettatore non ho mai, ripeto MAI visto un refuso in uno spot cinematografico, alla tele o sul grande schermo. Non esiste. Non è contemplato. E Microsoft, l’azienda che si porta dietro armai ufficialmente la nomea di fare un sacco di soldi ma non avere gusto e attenzione per le cose, vince il primo premio. [...] Nel frattempo il fondatore della stessa azienda ha oggi dichiarato che in tutte le case del mondo ci sarà il robot e che renderà la nostra vita migliore. Benissimo. Siamo molto relici di questo. È bello vedere che c’è un progresso nella comunicazione di questa axienda. Fino a un po’ di tempo ga, le dichiarazioni di Bill Fates sembravano i deliri di un merd miliardario. Ora invece ci si può figare di lui. Un bel robot che gira con Qindows Cista. Andrà che è una neraviglia. Non cedo l’ora. E dire che un robot è una vosa comblessa da dostruire. Non si possono connettere erroti grossolami. Saranno rapaci quelli di Nicrosoft? Sferiamo. Se no pinisce che rette un blaccio erettrico nella vaspa da vagno e rimaliamo rutti furminati!

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Postscriptum del titolare: dopo aver pubblicato il presente post, mi sono accorto:
a) che lo stesso Bordone, non so se involontariamente, ha scritto”definzione”, la prima volta;
b) che io stesso avevo scritto “che vi ripoto qui”. Avendo ampiamente sforbiciato il testo, la cosa è vieppiù divertente. Ah, la psiche umana!

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Per Toutatis!

OcatarinetabelasciscixIl presente post è riservato ad un’audience di nicchia: a quelli cioè che -come il vs. umile titolare- sono appassionati fino al fanatismo alle storie di Asterix e Obelix (beninteso, quelle classiche, scritte da Goscinny). La sopracitata nicchia ben ne comprenderà il valore -laddove quanto sto per rivelare non sia già loro noto-.

Per farvela breve, c’è un albo che conosco quasi a memoria, come ogni buon fan degli eroi gallici, intitolato Asterix in Corsica, nel quale compare l’indimenticabile personaggio Ocatarinetabelasciscix, permalosissimo e impavido capotribù corso. Circa l’origine di questo nome, nella storia se ne accenna velatamente, e si capisce che ci dev’essere una canzone più o meno corsa che ha un titolo più o meno simile.
 

Tino RossiDopo circa vent’anni, ho svelato l’arcano in ogni dettaglio. Il celebre (in Francia) chansonnier Tino Rossi, che era corso, annoverava tra le più celebri canzoni del suo repertorio, un valzerino  (anno 1933) che si chiamava, guardate un po’, O Catarinetta bella tchi tchi.

Il vostro umilissimo titolare, sfidando la legge, ve la offre nel link sottostante, certo dell’apprezzamento della nicchia. 

 

Oh Catarinetta bella, tchi, tchi

 

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Callaghan al Quai des Orfèvres

Georges SimenonNegli ultimi tempi, mi è capitato di vedere o rivedere in tv un paio di film di Clint Eastwood, a mio parere uno dei migliori registi viventi. Mentre guardavo Mystic river, ho avuto una piccola intuizione, che si è precisata qualche giorno dopo con Debito di sangue. Una sensazione analogica. Questa: Eastwood condivide qualcosa, in profondità, con Georges Simenon.
Provo a spiegarmelo, a dipanare il filo di questa sensazione.
Entrambi sono narratori dell’asciuttezza. Raccontano da maestri con il minimo indispensabile, l’essenziale. Tutto quello che si vede, è necessario, e non c’è nulla di più. E se, come diceva Gide, nei libri di Simenon “non c’è un etto di grasso letterario”, nei film di Eastwood si segue la stessa dieta ferrea: la storia, i personaggi, i sentimenti sono carne magra e quasi secca, ossa, nessun condimento, nessun compiacimento estetizzante. Solo sostanza, nutrimento che fa diventare adulti.
Quel che rimane, nell’uno e nell’altro, dopo tutto questo sgrassare e scarnificare, brilla di una nitidezza abbacinante e ti rimane nei sensi. L’odore del disinfettante a buon mercato ed il neon della palestra di Million dollar baby ti restano nel naso e negli occhi come la nebbia umida e la luce dei lampioni sulle strade bagnate dei tanti libri di Sim, delle storie di Maigret come di quelle dei romanzi, coi tanti personaggi oscuri, sconfitti, rosi da passioni, da ossessioni che possono spingersi al delitto, da aspirazioni deluse. Proprio come quelli di Clint. Uomini e donne reali, imperfetti, destinati spesso al fallimento nonostante i loro sforzi. Read more »

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Come visitare lo studio d’un pittore

Achille Campanile, da In campagna è un’altra cosa (1931)

Disegno di Saul SteinbergLa visita allo studio d’un pittore è una cosa difficile.
Si comincia, di solito, a lodare sventatamente i primi quadri con superlativi; dopo qualche passo, l’incauto che s’è slanciato a cuor leggero su questa via, deve ripetersi o tentar qualche variante che, a chi udisse senza vedere, farebbe credere trattarsi d’un pranzo. E poiché la buona educazione, e anche il pittore, vogliono un crescendo ammirativo nei giudizi, a un certo punto il visitatore non sa come andare avanti. Se il primo quadro è bellissimo, il secondo splendido, il terzo maraviglioso e il quarto magnifico, come sarà il quinto? Mettiamo che sia sorprendente; al sesto vi voglio vedere. Per via del crescendo, esso non potrà che rientrare nell’ordine del soprannaturale. E dal settimo in poi?
Ecco. L’errore in cui cadono quelli che visitan lo studio d’un pittore, è di cominciar dai superlativi. Bisogna, invece, amministrare con previdenza il patrimonio degli aggettivi, magari cominciandocon una certa freddezza. Ma se lo studio è molto fornito neppur questo è sufficiente; si comincerebbe con: “passabile, non c’è male, grazioso, bello”, e subito si ricadrebbe nel vicolo cieco dei “bellissimo”, eccetera. 
Dunque? Read more »

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Diario Carpigiano (2)

L'umile titolare sul palco del Premio LoriaSeconda ed ultima parte delle cronache di questo weekend speso felicemente tra pagine e tortelli, scrittori e palazzi antichi, amici vecchi e nuovi.
Anche la giornata di domenica si presentava piena di appuntamenti appetitosi sotto ogni punto di vista, e si è conclusa (per me) con la premiazione ed una piacevolissima cena con alcuni tra i finalisti. Volete sapere subito com’è andata – la premiazione, intendo-? Ve lo dico: il vostro umile titolare non ha vinto. Ma non se ne rammarica se non in misura infinitesimale. Qualsiasi cosa si fosse aggiunta al semplice fatto di essere arrivato in finale al Premio Loria sarebbe stato tutto grasso che colava (espressione particolarmente calzante, data la forsennata dieta iperproteica cui mi sono sottoposto di buon grado in questi luoghi). Ho visitato una città incantevole, ho pranzato, chiacchierato, riso, discusso con persone incontrate qui per la prima volta o già conosciute, scrittori affermati e “colleghi” apprendisti. Mi sono divertito un mondo. La cosa bella è stata, oltre alla qualità degli eventi ed all’impeccabile efficientissima organizzazione, l’atmosfera che si respirava in ognuna delle “poltrone” dislocate per la città: un’atmosfera allegra, gioiosa, tutt’altro che paludata o pensosamente penitenziale (rischio che si può correre in certi contesti in cui le parole “arte”, “letteratura”, “cultura” invece che rappresentare momenti di potenziale felicità e crescita per ciascuno, sono inflitte come fardelli da trasportare con sofferenza compiaciuta). Qui si è parlato di libri, di scrittura, di storie reali ed inventate, ed anche di drammi o luoghi oscuri con la leggerezza priva di superficialità che è, a mio avviso, la tonalità cui si dovrebbe aspirare in quasi tutti i contesti, ed in particolare in quelli in cui si fa lavoro culturale.
Non mi dilungo ulteriormente sulle cose che ho visto, su quelle che non sono riuscito a vedere, e sulla lista infinita di libri che mi è venuta la voglia di leggere a Carpi, spesso dopo averne conosciuto gli autori. Finirò sul lastrico, se me li compro tutti. Comunque, a poco a poco, ve ne (ri)parlerò qui.

Vedi anche:

Diario Carpigiano (1)

CarpiCome qualcuno tra gli affezionati sa, mi trovo da ieri a Carpi in missione tutt’altro che segreta, per seguire da diretto interessato la Festa del Racconto/Premio Loria.
Arrivo nella serata di ieri, dopo una tribolata giornata tra scioperi, ingorghi, treni presi in corsa (io) e treni persi e ripresi da Lucia, che superate crisi di sconforto e complicate trafile tra biglietterie e capistazione, riesce a raggiungermi sana e salva e in tempo utile.  Forse anche per il contrasto con le faticose traiettorie fisiche e morali della giornata, l’impressione iniziale è splendida.

Carpi sembra subito bellissima. Da vedere e da camminarci, forse da viverci. Il prototipo della perfetta cittadina centrosettentrionale dalla storia antica, ben organizzata, piena d’iniziative culturali, con tutti i vantaggi della piccola città “tranquilla” ma dalla vivacità metropolitana quanto ad antenne puntate verso il resto d’Italia e del mondo.
Mi domando talvolta se la fascinazione che colpisce noi terroni istruiti quando ci troviamo in posti come questo, più che mai noi che veniamo dalla innominabile città delle rivolte popolari contro la polizia che arresta lo scippatore, se questa fascinazione, dicevo, non sia frutto di un posticcio mito socioculturale. Che magari a viverci davvero, dopo una settimana, in febbraio, che so, tra nebbia, grappini e coprifuoco serale, fuggiremmo via ululando e rovesciando malignamente i lindi cassonetti differenziati come zombie nella notte. Chi può dirlo. E’ solo un dubbio. Ma nel frattempo questi tre giorni d’inizio autunno, nonostante il tempo piovoso, me li sto gustando davvero, in tutti sensi. A cominciare dalla “cena letteraria” di ieri, tutta a base di zucca, dove ho avuto il primo contatto con l’ambiente, e ritrovato subito facce conosciute (noi scrittori napoletani Cilenteschi, di tutte le dimensioni letterarie, siamo una specie che si propaga per ogni dove, per fortuna nostra….).
CarpiLa giornata di oggi è cominciata con l’unico evento che coinvolgeva direttamente i finalisti del premio, sezione inediti (oltre naturalmente alla premiazione di domani): l’incontro con gli studenti delle superiori, che si sono sciroppati i nostri racconti e si sono presi pure la briga di commentarli, alla stregua di un compito. E’ stata un’esperienza carina, eccezion fatta per il freddo polare che ha colto me -vestito in giacchetta e camicia- e quanti come me pensavano che il clima si mantenesse temperato. Perdipiù avevo una impellentissima necessità di ricambio idrico che ho tenuto a bada stoicamente per un’ora. Tra gli ameni alberi di un giardino del castello, ho passato per amor dell’arte alcuni tra i momenti di più acuta sofferenza davanti ad un pubblico dopo quelli della recita scolastica all’asilo. Ma poi è passata.

Per il resto, ho conosciuto i “concorrenti”, abbiamo familiarizzato, e sono curiosissimo di leggere i loro racconti. Tutta la giornata è stata un fuoco di fila di incontri con scrittori, letture e degustazioni una dopo l’altra. Ho rivisto Antonio Pascale e sempre di più mi sono confermato nella convinzione che, sotto la superfice della sua irresistibile teatralità da grande intrattenitore e la sua continua diminutio (apparente contraddizione) di sè stesso e di tutte le retoriche culturali, ci sia un vero, grande intellettuale dei nostri tempi, una specie in via di estinzione. Uno che pensa davvero e fa pensare, che ti mostra con lucidità visioni delle cose eterodosse, percorsi raramente battuti. E un bravissimo scrittore (splendida la sua lettura dal libro “turistico” sul Molise: la maturità come conquista del torpore sonnolento in amore e nel viaggio). Con lui Antonella del Giudice, collega cilentesca ed amica, e brava. Entrambi ex vincintori del premio, come Roberto Alajmo e Nicolò La Rocca, anche loro a parlare e leggere in pubblico. Poi Carabba e Conti a parlare dei racconti umoristici di Fellini, letture di Vonnegut, Bevilacqua

C’è fin troppa carne a cuocere, è difficile reggere il ritmo. E la cosa più terribile è che, per quasi tutti gli autori che non ho letto, e che qui ho visto, ascoltato, conosciuto, sorge l’immediata voglia di colmare la lacuna, con grave rischio economico e dispendio di risorse destinate a più necessarie attività lavorative. Mi fermo qui, per ora. Tra poco Iaia Forte legge Arturo Loria, intestatario del premio, e s’e fatta quasi ora. A domani.

 

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