Deludente. Questo post potrebbe fermarsi qui, se volessi essere molto ma molto sintetico.
Ma l’etica del blogger (?) impone di spendere qualche parola in più su questo film che pure prometteva bene, dal regista David Fincher (Fight club, Seven) agli attori, alla storia, ispirata al realmente esistito Killer dello Zodiaco, che a cavallo tra i ’60 ed i ’70 terrorizzò coi suoi enigmatici e gratuiti omicidi la San Francisco in transizione dalla Summer of Love all’ispettore Callaghan.
Il problema iniziale è che chiunque abbia letto anche mezza riga sul film o sull’argomento che tratta, viene subito a conoscenza del fatto che l’autore di quei delitti non è mai stato identificato. Questo già, in termini di puro godimento del plot, pone una più o meno piccola riserva. Lo spettatore volenteroso si accomoda e guarda con sospensione di giudizio, augurandosi di godersi uno spettacolo che gli proporrà, si spera, almeno una costruzione serrata dei fatti, un’ipotesi credibile sul colpevole, o (come nel caso della Dalia Nera), una licenza narrativa/criminologica, che azzarda una soluzione non verificatasi in realtà. In più, auspicabilmente, avrà uno spaccato di un luogo e di un epoca molto interessanti narrativamente, la california del Flower Power su cui si staglia l’ombra nera di Charles Manson e dei suoi delitti, gli hippies e le zone più oscure della mente, le rivolte studentesche, il vietnam, il giornalismo d’inchiesta (il watergate è alle porte) e chi più ne ha più ne metta.
Speranze abbastanza vane. La prima parte mette in scena, senza particolari guizzi, i primi delitti e il partire dell’inchiesta, che vede in parallelo ed in competizione i redattori di un quotidiano ed i poliziotti. Ma le indagini si arenano, e da un certo momento in poi, questo lunghissimo, sbrodolato film è la noiosa ed incomprensibile cronaca di un’ossessione: quella del vignettista del quotidiano, che per quasi vent’anni, dopo che sia il giornalista che il poliziotto hanno gettato la spugna, cerca il killer, avvitandosi su ipotesi, nomi, eventi, faldoni d’archivio reperiti fortunosamente e ai limiti dell’illegale, senza suscitare la minima emozione allo spettatore, anzi, favorendone il torpore sonnolento. Alla fine di queste due ore e mezza, riaprendo l’occhio accarezzato da Morfeo, ci si accorge che un minimo di ipotesi risolutiva su chi potesse essere il killer ci viene proposta. Dopo un momento di smarrimento necessario a ricordarsi qual’era il film che si stava vedendo, e come cominciava, se ne prende atto, felici che le maschere stiano aprendo le porte d’uscita e pregustando il contatto col materasso.
Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: 3,50 euro
Bilancio: -4,00
Qualche giorno fa, volevo andare a vedere Zodiac. Arrivato al cinema, mi sono reso conto che lo spettacolo indicato sul giornale non c’era. Ho ripiegato quindi su questo. E, avendo visto poco dopo anche il film di Fincher (di cui parlerò a breve), devo dire che tutto sommato, questo si è rivelato leggermente migliore, al contrario delle aspettative. Ma in entrambi i casi si tratta di film che destano perplessità.
Riflettevo, uscendo dalla sala, sul fatto che uno spettatore medio non francese ha forse un limite oggettivo nel giudicare questo film. Edith Piaf è infatti forse il più grande monumento musical-teatrale del novecento, ai limiti del mito, nella sua patria. Lì la sua immagine, la sua storia personale travagliatissima sono patrimonio comune o comunque elementi molto più conosciuti popolarmente che altrove. Non che in Italia o nel resto del mondo non sia conosciuta ed ammirata, ma senz’altro un francese sarà molto più esigente nel fare le pulci, se necessario, alla rischiosissima rappresentazione sullo schermo di un personaggio così popolare e “forte”. Tornato a casa, ho spulciato la minibiografia sulle note di copertina di un suo CD, ed ho riscontrato una corrispondenza puntualissima con la storia raccontata in questo film, i suoi episodi più o meno tragici, estremi, dall’infanzia nel bordello normanno, all’adolescenza sulle strade parigine tra papponi e criminali, al successo punteggiato da tragedie, dissipatezze e malattie, fino alla morte prematura nel 1963.
Io personalmente, avendo visto poco o punto la vera Piaf su uno schermo, ho trovato la sua recitazione talvolta un po’ enfatica, quasi caricaturale nell’incarnarne le movenze goffe, originate in principio dall’eccentricità del personaggio e poi dalla malattia. Ma, come dicevo, non sono buon giudice sotto questo profilo. E se penso che forse talvolta c’è nella narrazione un eccesso di melò, rifletto poi sul fatto che, nulla essendo inventato della sfigatissima vita di questa donna, forse è vero proprio il contrario, e cioè che c’è voluta bravura per non far sprofondare il tutto nel kitsch, nell’enfasi tragica del sentimentalismo da quattro soldi.
Sono andato a vedere finalmente questo film dopo un’ininterrotta serie di input (personali e pubblici) che lo segnalavano come uno dei migliori della stagione. Di solito, con queste premesse, temo la delusione. Ma non c’è stata. Questo è davvero un gran bel film, e se non l’avete ancora visto, andateci.
passione, inciamperà nel proprio percorso segnato (per entrambi l’intoppo nasce dall’”osservazione” di una coppia di amanti, e per entrambi la musica rappresenterà un momento simbolico di questo inciampo, di questa possibile alternativa esistenziale). Il tutto raccontato con asciuttezza e tensione, in due ore e mezza intense a dispetto del clima molto “europeo” e gaio quanto può esserlo Berlino Est prima della caduta del muro. Volendo essere molto ma molto puntigliosi, ogni tanto emerge qualche piccola ingenuità narrativa, qualche didascalismo di troppo, qualche eccesso di melò in una narrazione per altri versi molto sobria. Ma sono davvero peccati veniali.
Poche parole vanno spese su questo film, 23 o al massimo 46. E’ la seconda più macroscopica cazzata che abbia visto in questa stagione (la prima resta l’insuperato Deja vu). Non vale la pena di dilungarsi su questo delirio psico/numerologico con ambizioni da thriller esoterico ed una leccatissima estetica videoclippara che ti fa venir voglia di cicli neorealistici, di Dogma, di documentari sulle mondine del vercellese (!). Che spreco di mezzi e in fondo anche di talenti (Joel Schumacher non è l’ultimo dei fessi, e Jim Carrey è qualcosa di più). Ci sarebbe da fare un discorso sulla nobiltà dell’artigianato, nel cinema come negli altri media, e di quanto paccottiglie come questa ne rappresentino la faccia oscura, immangiabile, immemorabile. Ma per il momento la rimando. Sui titoli di coda, la voce di David Sylvian (da me amatissimo un tempo, oggi incartatosi in obliqui deliri seminascoltabili) risuona quasi come un monito. De che? Risposta: Non saprei. Esattamente la stessa risposta alla domanda “Perchè ci sei andato”? La vita è piena di misteri oscuri ed insondabili. Ma uno l’ho illuminato da pochi minuti. Eccone lo svelamento: Uno che ha fatto il film Scemo e più scemo, era destinato inevitabilmente a farne uno, scemissimo, basato sul numero 23.
Comincerò questo post con una citazione ammiccante di quelle che ti fanno fare una gran bella figura da intellettuale di mondo. Alberto Savinio, parlando (ahimé) di Erik Satie, citava a sua volta il rivoluzionario russo Kropotkin, che nelle sue memorie da carcerato, si descriveva intento a percorrere “..ogni giorno, per mesi ed anni, a fine di neutralizzare gli effetti dell’inerzia corporale… tanti passi avanti e indietro nella sua cella…. quanti ci vogliono a colmare una distanza di otto chilometri. Come abbia fatto a non uscire matto, io non so capire: penso tuttavia che non sfuggirebbe alla pazzia colui che ogni giorno continuasse a sognare le musiche “normali” di Erik Satie, nelle quali i suoni, ogni tre passi, sbattono sulle pareti di una ineffabile cella.”
