Cose viste

Scritture

Mi fa piacere segnalare i commenti che Antonio Pennacchi, l’autore de Il Fasciocomunista , da cui è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, ha lasciato al mio post di qualche mese fa.

A breve, per completare il discorso, un post sul libro.

Vedi anche:

Magna Grecia

Anche quest’anno, il vostro titolare non resiste alla tentazione di fingersi reporter. Certo, scrivere al pc di un punto scommesse di Crotone, prima di andare al mare, non è paragonabile al redigere faticose cronache di guerra colle pallottole che ti fischiano nelle orecchie. Ma tutto è relativo, diceva qualcuno. Vi assicuro che reperire un Internet point qui è stata un impresa degna di medaglia al valore.
Comunque, nel descrivere l’arrivo in queste ridenti località della Calabria Ionica, la mente mi torna a quanto scrivevo l’anno scorso andando in Puglia. Le stesse identiche sensazione di orrore architettonico innestato a forza in un paesaggio per altri versi splendido. Sarà che non sono abituato, sarà che non mi rassegno, ma ho trovato davvero disturbante notare quanto la mente umana possa pervertirsi a concepire delle mostruosità che pensavo inconcepibili. Mi sorprendo a pensare a campi di detenzione / rieducazione ai quali condannare sedicenti architetti col cervello corroso dai miasmi dell’alluminio anodizzato e del “decoro” secondo la scuola di Cronaca Vera. Gente che probabilmente ama alla follia il carattere Comic Sans. Mi fermo qui, sennò divento troppo snob.

Arrivati comunque al Parco Archeologico di Capo Colonna, e cominciatici a rilassare, abbiamo fatto un di quegl’incontri che sembrerebbero troppo letterari per essere veri. Un loquace vecchietto che ci ha intrattenuto, con aneddoti sapienziali, citazioni omeriche, Diogene, Alessandro Magno, Milano nel ’62 (“quando ci sono arrivato io: tutti i tranvieri erano milanesi. Poi….“) e una stupefacente dissertazione su come sia necessario abbattere l’io individuale per lasciar fluire l’energia divina universale che è in ciascuno di noi.
Il tutto detto da un sedicente possessore di licenza elementare, con un saporito accento del meridione. Eravamo incantati, come succedeva da piccoli con certe voci che ti avvolgevano nella loro musica carezzevole e ti gettavano in una spece d’ipnosi magica.
Nell’accomiatarci, non ho potuto fare a meno di pensare a quel romanzo di Achille Campanile in cui, a Capri, i protagonisti incontrano il tipico vecchio pescatore da cartolina, barba bianca, cappellino, pipa di legno, che li intrattiene con meravigliosi aneddoti e canzoni. Dopo un po’, si rendono conto che si trattava di un dipendente della pro loco, che alla fine della sua giornata di lavoro si rimetteva gli abiti civili e tornava a casa.

Vedi anche:

La duchessa di Langeais

In una serata che offriva molteplici sebbene non garantite alternative (tra le quali un concerto -sic- di Abel Ferrara e soprattutto uno di musica popolare sarda con tenores di bitti e suonatori di launeddas), mi sono fatto convincere da un’amica a dirottare su un cinema d’essai per vedere questo film.
Che dire? Erano anni che non vedevo roba simile. Pressappoco da quando, in fase adolescenzial-cinefilo-pippaiola mi sorbivo film insulsi e/o indigesti con l’animo penitenziale di un Fantozzi alla proiezione della Potemkin. E sebbene, come Fantozzi, mi concedessi talvolta la soddisfazione di poter dire alla fine che trattavasi di cagata pazzesca, il mio sensibile animo ne porta ancora i segni.
Avete presente quei film in cui dapprima si tace attoniti (magari è l’inizio, dopo sarà meglio…), poi si comincia a bisbigliare imbarazzati, poi si comincia a fare qualche battuta discreta, poi si passa alle risate incontenibili ed alle battute da osteria? Ecco.
Un’ininterrotta pippa del peggiore stampo (pseudo) letterario, (pseudo) teatral-colto, verboso, irrisolto, irritante, da far ululare di noia persino i braccioli delle poltrone. Tratto da una novella di Balzac, il cui scheletro presumo in questo momento stia ballando la macarena al Pere Lachaise, riassume il peggio del cinema europeo. Abbiamo inutilmente sperato in un intervento di restoring hope da parte dei fantastici quattro, di spider man o di pippo olimpionico. Ma erano evidentemente speranze vane, partorite dalla fantasia di cervelli alla disperazione. Unico elemento piacevole, la notevole rassomiglianza della faccia di Michel Piccoli nei panni di un anziano e sorridente nobiluomo, con quella di Enzo Cannavale, la cui presenza in questo film sarebbe stata una vera panacea.
Siamo usciti con un sentimento di nostalgia isolana, desiderosi di pane carasau, porceddu e filu e fierro. Invocavamo Maria Carta. Ma era troppo tardi, ahimé.

Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: 1,00 euro
Bilancio: -6,50

Vedi anche:

Il napoletano errante

Chi mi dirà se stai nel perduto
labirinto di fiumi secolari
del mio sangue, Israele?

Jorge Luis Borges
NoaMartedi scorso sono stato ad uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni, ed è stato un evento abbastanza inaspettato. Si trattava di Noa, accompagnata dal Solis String Quartet e da Gil Dor. La scaletta consisteva esclusivamente in canzoni napoletane classiche.
L’aggettivo che mi sembra più adatto ad esprimere il succo di quel che ho ascoltato e visto è: emozionante. Sono stato, letteralmente, con gli occhi lucidi per tutto il tempo, ed è davvero cosa rara, oggi come oggi. Ogni diffidenza, ogni barriera critica razionale, ogni tentazione di snobismo sono venuti meno di fronte ad un piccolo miracolo artistico. Una (bravissima, lo sapevo già) cantante ed autrice che viene da Israele, che nasce come star pop nel mondo anglosassone e che, senza tema di smentita, è oggi la migliore, la più brava e genuina interprete di una tradizione che -formalmente- non le appartiene, ma che in realtà è riuscita a far sua ed a esprimere con una verità, un emozione ed un respiro che nessun’altra o altro interprete vivente, per quanto napoletano, si sogna.
La sua voce straordinaria è un mezzo, non un fine (è questa la differenza tra i virtuosi e gli artisti). Uno strumento per esprimere senso ed emozione. Così come gli arrangiamenti per chitarra e quartetto d’archi, perfetti, impeccabili. “Giusti” senza essere ovvi. Al di là di qualsiasi inutile disputa tra tradizione e contemporaneità. Intelligenti e discreti: esattamente ciò che serviva.

Noa, Solis String Quartet, Gil DorUn effetto collaterale, del tutto imprevisto, di questo concerto è stato anche una temporanea riconciliazione personale con questa Città, con la quale ho ormai da tempo un pessimo rapporto. Almeno per la durata dello spettacolo, ho avuto un senso di alleggerimento, di riconoscimento, di ritorno a casa. Potevo identificarmi in quel discorso sentimentale. Ed ho potuto farlo perchè un altro magnifico regalo di Noa è stato il portare il “sentimento napoletano” su un orizzonte evocativo allargato. Su uno scenario identitario non limitato ad un golfo, ma all’Europa intera, a quanto di ebraicamente cosmopolita -sorprendentemente- circola nel nostro sangue, nel mio, in quello di Noa e Gil, in quel “fiume del sangue” Borgesiano cui nessuno può illudersi di sfuggire, e in cui si può felicemente ritrovare un’identità allo stesso tempo specifica ed allargata. Sentivo Era de maggio e mi sembrava di stare allo stesso tempo a Napoli e a Parigi, oggi e un secolo fa, senza nessun contrasto. Ascoltavo la versione in ebraico di Lily Cangy (già abbastanza ironicamente cosmopolita di per sè: chi me piglia pè francesa, chi me piglia pè spagnola…) e mi sembrava di sentire Marlene Dietrich nella canzone di Lola dell’Angelo Azzurro. L’Europa. Orizzonti che si allargano. L’Europa, molto più che l’abusato Mediterraneo. L’Europa fecondata dalla diaspora, dal dolore e dall’arte di chi ci ha errato nei secoli ed ha contribuito a costruire il meglio della nostra cultura. Il mondo, lo sguardo e l’emozione davvero globali. L’esatto contrario del nazionalismo e dell’ignoranza strapaesana e camorrista.
Mi spiego meglio. Ed apro una parentesi. Read more »

Vedi anche:

Stelle, vergini e salami

Logo Virgin Radio - Stella a cinque punte con scritta obliquaLogo Salumi Negroni - Stella a cinque punte con scritta obliqua

Per le vie della città, si vedono in questi giorni numerosi manifesti che pubblicizzano la Virgin Radio. A me, forse per qualche perversione da sovraesposizione televisiva infantile, ogni volta che li vedo, viene in mente una canzoncina che inizia con: le stelle sono tante, milioni di milioni……

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