Il titolo del presente post, per coloro che non avessero colto la sottile ironia, si riferisce ovviamente all’anno in corso. Lo preciso per evitare di passare per menagramo.
Non potevo finire il 2007, nonostante la perdurante inerzia che mi coglie, senza un post conclusivo. Mi ritrovo tra le mani un raccontino che ha qualche nesso con il capodanno, e qui lo trascrivo. Auguri. E buon principio.
Per un lungo periodo, intorno ai sei anni, mi sono ammalato periodicamente di tonsillite.
La prima volta mia madre, osservando le placche che avevo in gola, disse stupita: “Che strano!.. Tu non hai mai sofferto di tonsille…”
Pronunciò la stessa frase poco tempo dopo, quando mi ammalai di nuovo.
Così pure la terza volta.
Quando, dopo un paio d’anni e svariate decine di episodi di febbre con placche in gola, mia madre continuava a stupirsi del fatto che mi veniva la tonsillite pur non avendone mai sofferto, cominciai a rendermi conto che c’era qualcosa che non tornava. Quel ripetitivo stupore espresso in quella frase pronunciata ogni volta pressoché identica, con minime varianti, era il sintomo di qualche problema di rapporto con la realtà.
Col tempo ho capito che questa storia fotografa con precisione l’approccio di mia madre alla vita.
Lei, costretta da una paura esistenziale che non le da tregua, concepisce il mondo staticamente, come un quadro od una foto. Un fermo immagine in cui vengono cristallizzate in eterno le cose e le persone. Uno scenario rassicurante da cui è escluso ogni divenire, ogni possibilità di evoluzione, ogni incognita, potenzialmente foriera di apocalissi ingovernabili, inconcepibili. Meglio quindi abbandonare la dinamica per la statica e crearsi il proprio piccolo album di fotografie, e andarsele a guardare ogni tanto. Tanto quelle non si muovono, restano lì. Il pupo insaponato nella vasca non cresce, non si ammala, non va via di casa, non ti dà dispiaceri. La coppia di sposi sull’altare resta lì per sempre a guardarsi sorridente, mano nella mano col prete di fronte che li sta benedicendo. Il nonno e la nonna, nello studio del fotografo, in posa un po’ rigida, con la tendina ad onde sullo sfondo, tradiscono si un certo disagio, dovuto alla scarsa familiarità con quei posti dove bisogna stare fermi, fa caldo e ci sono tutte quelle diavolerie moderne, ma tutto sommato hanno una bella faccia e stanno certo meglio lì che dietro al rettangolo di marmo a cinque metri da terra dove abitano da quarant’anni.
Quindi, è normale. Se non hai mai sofferto con la gola, è strano che ti venga la tonsillite. In generale, se nasci sano, non è previsto che ti ammali. Stupore. Non hai mai sofferto. Non vai soggetto.
Bah. Le feci notare una volta che, a voler applicare rigorosamente questa logica, si sarebbe potuto legittimamente concepire un dialogo di questo tipo:
-Hai saputo? E’ morto Tizio.
-Uh Gesù, che strano. Ma come, quello è sempre stato vivo…
Il che mi porta a fare una piccola divagazione su una credenza popolare, un detto molto usato da mia madre, quello che dice che chi fa una certa cosa o si trova in una determinata situazione a capodanno, poi farà quella cosa o si troverà in quella situazione tutto l’anno. Ora, a parte che io non mi ubriaco, non vado a dormire all’alba, non mangio lenticchie e non stappo spumanti tutto l’anno, c’è da fare una constatazione meramente logica che dirà una parola definitiva sull’argomento. Se infatti è incontrovertibilmente vero che chi muore a capodanno poi resta morto tutto l’anno, non altrettanto si può dire, o almeno non con la stessa granitica certezza, di chi a capodanno è vivo. Almeno, così mi pare.
Ma ora debbo lasciarvi, perdonatemi. Devo andare a fare il mio solito gargarismo serale. Poi prendo l’ansiolitico e vado a dormire. Buonanotte!
Martedi scorso sono stato ad uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni, ed è stato un evento abbastanza inaspettato. Si trattava di Noa, accompagnata dal Solis String Quartet e da Gil Dor. La scaletta consisteva esclusivamente in canzoni napoletane classiche.
Un effetto collaterale, del tutto imprevisto, di questo concerto è stato anche una temporanea riconciliazione personale con questa Città, con la quale ho ormai da tempo un pessimo rapporto. Almeno per la durata dello spettacolo, ho avuto un senso di alleggerimento, di riconoscimento, di ritorno a casa. Potevo identificarmi in quel discorso sentimentale. Ed ho potuto farlo perchè un altro magnifico regalo di Noa è stato il portare il “sentimento napoletano” su un orizzonte evocativo allargato. Su uno scenario identitario non limitato ad un golfo, ma all’Europa intera, a quanto di ebraicamente cosmopolita -sorprendentemente- circola nel nostro sangue, nel mio, in quello di Noa e Gil, in quel “fiume del sangue” Borgesiano cui nessuno può illudersi di sfuggire, e in cui si può felicemente ritrovare un’identità allo stesso tempo specifica ed allargata. Sentivo Era de maggio e mi sembrava di stare allo stesso tempo a Napoli e a Parigi, oggi e un secolo fa, senza nessun contrasto. Ascoltavo la versione in ebraico di Lily Cangy (già abbastanza ironicamente cosmopolita di per sè: chi me piglia pè francesa, chi me piglia pè spagnola…) e mi sembrava di sentire Marlene Dietrich nella canzone di Lola dell’Angelo Azzurro. L’Europa. Orizzonti che si allargano. L’Europa, molto più che l’abusato Mediterraneo. L’Europa fecondata dalla diaspora, dal dolore e dall’arte di chi ci ha errato nei secoli ed ha contribuito a costruire il meglio della nostra cultura. Il mondo, lo sguardo e l’emozione davvero globali. L’esatto contrario del nazionalismo e dell’ignoranza strapaesana e camorrista.
C’è un gran fiorire di resurrezioni, ultimamente in giro. Succede che la gente a un certo momento muore, spegnendosi serenamente, circondata dall’affetto dei suoi cari che affranti lo annunciano a tipografi e a sportelli necrologici, e fin qui tutto normale. I morti se ne stanno buoni a letto per un po’, tra i pianti e le parole sottovoce, il volteggiare di tazzine di caffè, i primi cauti pensieri sulle procedure d’eredità, i calcoli, le strategie d’azione che cominciano a costruire nella penombra le basi per i futuri conflitti familiari. Si scelgono legni e rifiniture, si apre alla porta, si risponde al telefono, il portone è mezzo chiuso e ci siamo scordati di avvertire Zia Titina quando sul più bello, quando sta per arrivare la cassa, una voce remota e fin troppo familiare dice di aspettare un momento, che si erano tutti sbagliati, e al diavolo le banche, i fioristi e Zia Titina, e per il momento continueranno a volersi tutti bene, mentre un disturbo neurovegetativo li lambisce ad uno ad uno lasciandogli una debolezza alle ginocchia. Il moto delle tazzine di caffè, come per un arcano fenomeno gravitazionale, cambia drasticamente figura ed intensità. Dapprima soggiace ad un arresto repentino, congelandosi davanti a bocche semiaperte o sotto caffettiere immobili che le riempiono fino a farle traboccare, poi abbraccia il caos entropico delle cadute e frantumazioni sul pavimento, dei lanci a seguito di scottatura e degli acrobatici recuperi volanti, infine riprende orbite regolari ma più veloci e quasi frenetiche, molte delle quali convergono in direzione della ex buonanima, che peraltro di un caffè sembra proprio avere bisogno, o forse proprio no, chissà.
Sempre in relazione al Premio Loria di cui sotto, quest’anno è stato inserito in una manifestazione più ampia, la Festa del Racconto, appunto, durante la quale ci saranno parecchi eventi in vari luoghi storici della città di Carpi ed alla quale parteciperanno un bel po’ di scrittori e affini (tra gli altri Roberto Alajmo, Alberto Bevilacqua, Davide Bregola, Claudio Carabba, Emilia Bersabea Cirillo, Antonella Del Giudice, Iaia Forte, Sarah Kaminski, William Lee, Lorenzo Licalzi, Simone Maretti, Antonio Pascale, Brunetto Salvarani, Marco Vichi).
Quand’ero piccolo, avevo paura delle lettere greche.
