Tag: anni ’70

Ocean’s thirteen

Posso, per favore, posso per una volta esimermi dal dovere di parlare di tutti i film che ho visto?

Anche perchè, su questo, non mi viene proprio niente. Un paio d’ore piacevoli, belle facce, belle immagini e strizzate d’occhio all’immaginario lounge-martini-exploitation e chi più ne ha più ne metta. Tre secondi dopo, te lo sei dimenticato. Per cui:

Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: quello di un long drink di media qualità
Bilancio: dipende da dove prendi il long drink, e con chi.

Vedi anche:

We’re not alone

Dimenticatevi quel che ho scritto un po’ di giorni fa con la puzza sotto al naso circa i video di youtube. La prima cosa che ho pensato quando ho visto questa meraviglia è stata: devo metterlo sul blog. Anzi, in verità è stata la seconda. La prima -più che un pensiero, un brivido- è stata un tuffo al cuore. Una delle più belle canzoni della mia vita, reintrerpretata in versione acustica, in tempi recenti, dal suo autore, un tenerissimo vecchio paralitico con la barba, sempre più simile a Kubrick. O a Babbo Natale. Fate attenzione, potreste mettervi a piangere per l’emozione.


Robert Wyatt – A Sea Song

Vedi anche:

Zodiac

ZodiacDeludente. Questo post potrebbe fermarsi qui, se volessi essere molto ma molto sintetico.
Ma l’etica del blogger (?) impone di spendere qualche parola in più su questo film che pure prometteva bene, dal regista David Fincher (Fight club, Seven) agli attori, alla storia, ispirata al realmente esistito Killer dello Zodiaco, che a cavallo tra i ’60 ed i ’70 terrorizzò coi suoi enigmatici e gratuiti omicidi la San Francisco in transizione dalla Summer of Love all’ispettore Callaghan.
Il problema iniziale è che chiunque abbia letto anche mezza riga sul film o sull’argomento che tratta, viene subito a conoscenza del fatto che l’autore di quei delitti non è mai stato identificato. Questo già, in termini di puro godimento del plot, pone una più o meno piccola riserva. Lo spettatore volenteroso si accomoda e guarda con sospensione di giudizio, augurandosi di godersi uno spettacolo che gli proporrà, si spera, almeno una costruzione serrata dei fatti, un’ipotesi credibile sul colpevole, o (come nel caso della Dalia Nera), una licenza narrativa/criminologica, che azzarda una soluzione non verificatasi in realtà. In più, auspicabilmente, avrà uno spaccato di un luogo e di un epoca molto interessanti narrativamente, la california del Flower Power su cui si staglia l’ombra nera di Charles Manson e dei suoi delitti, gli hippies e le zone più oscure della mente, le rivolte studentesche, il vietnam, il giornalismo d’inchiesta (il watergate è alle porte) e chi più ne ha più ne metta.
Speranze abbastanza vane. La prima parte mette in scena, senza particolari guizzi, i primi delitti e il partire dell’inchiesta, che vede in parallelo ed in competizione i redattori di un quotidiano ed i poliziotti. Ma le indagini si arenano, e da un certo momento in poi, questo lunghissimo, sbrodolato film è la noiosa ed incomprensibile cronaca di un’ossessione: quella del vignettista del quotidiano, che per quasi vent’anni, dopo che sia il giornalista che il poliziotto hanno gettato la spugna, cerca il killer, avvitandosi su ipotesi, nomi, eventi, faldoni d’archivio reperiti fortunosamente e ai limiti dell’illegale, senza suscitare la minima emozione allo spettatore, anzi, favorendone il torpore sonnolento. Alla fine di queste due ore e mezza, riaprendo l’occhio accarezzato da Morfeo, ci si accorge che un minimo di ipotesi risolutiva su chi potesse essere il killer ci viene proposta. Dopo un momento di smarrimento necessario a ricordarsi qual’era il film che si stava vedendo, e come cominciava, se ne prende atto, felici che le maschere stiano aprendo le porte d’uscita e pregustando il contatto col materasso. 

Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: 3,50 euro
Bilancio: -4,00

Vedi anche:

Mio fratello è figlio unico

Mio fratello è figlio unicoComincerò questo post con una citazione ammiccante di quelle che ti fanno fare una gran bella figura da intellettuale di mondo. Alberto Savinio, parlando (ahimé) di Erik Satie, citava a sua volta il rivoluzionario russo Kropotkin, che nelle sue memorie da carcerato, si descriveva intento a percorrere “..ogni giorno, per mesi ed anni, a fine di neutralizzare gli effetti dell’inerzia corporale… tanti passi avanti e indietro nella sua cella…. quanti ci vogliono a colmare una distanza di otto chilometri. Come abbia fatto a non uscire matto, io non so capire: penso tuttavia che non sfuggirebbe alla pazzia colui che ogni giorno continuasse a sognare le musiche “normali” di Erik Satie, nelle quali i suoni, ogni tre passi, sbattono sulle pareti di una ineffabile cella.”

Fatte le dovute distinzioni, e premesso che a me Satie invece piace moltissimo, trovo che l’immagine si attagli bene a certo cinema italiano di oggi. Non a tutto, non a tutti, ma certamente a quello medio, per quel che vuol dire.

Prendiamo per esempio quest’ultimo lavoro di Daniele Luchetti. Dovessi dire che non mi è piaciuto per niente o poco, che lo trovo brutto, direi senz’altro una bugia. Però….

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Vedi anche:

Telegrammi Camp

Chi ci ricorda / 5 bis

Gloria GaynorQuesto post è un’integrazione all’ultimo chiciricorda (già piuttosto vecchio). Dunque, se il gentile navigatore desidera un’informazione completa, è pregato, laddove non l’abbia già fatto, di leggere / ascoltare la necessaria premessa.
Detto questo, veniamo al dunque. La mia amica L., che si appresta a celebrare i suoi quarant’anni con una grande festa danzante, mi ha pregato di confezionarle una compilation per la bisogna, all’insegna della disco ‘70-’80. Cosa che ho scrupolosamente fatto, attingendo ad un repertorio che, come molti, aborrivo da adolescente ed oggi mi procura brividi di godimento proibito. Immergendo le mani dentro questo ribollente calderone, tra una palla di specchietti rifrangenti, un flacone di paillettes, alcune giacche bianche e un tubo di Tenax, ho (ri)trovato tra gli altri reperti canori un paio di favolosi pezzi che hanno in comune il periodo, il riff telegrafico di cui sopra (per il sopra, vedi sopra) e le interpreti, due figure gloriose della mitologia camp, due icone gay, due personaggi ‘oltre’: Raffaella Carrà e Gloria Gaynor. Raffaella CarràE ho detto tutto, direbbe Peppino. Chi ci ricorda, e chi le ricorda? Tra i miei coetanei, tutti, credo. I più giovani, senz’altro riconosceranno la canzone che ha rilanciato nelle charts qualche anno fa Geri Halliwell (però vuoi mettere con Gloria?). Ma la vera perla è Rumore. Un pezzo che, detto senza ironia, a risentirlo adesso, non è affatto male, anzi, ha un tiro da fare invidia. E tutt’e due telegrafano, telegrafano…..

The Weather GirlsE un telegrafo scrupoloso – a post già scritto – mi ha fatto rendere conto del fatto che in realtà It’s raining men non era cantato da Gloria, ma da un gruppo che si chiama The Weather Girls. Che volete, sulla rete circolano un sacco di files approssimativi (oops! l’ho detto!…) e così apocrifi di ogni tipo traggono in inganno il pover’uomo non espertissimo (io forse sono un po’ esperto d’altro, ma non sono certo un filologo della disco). Comunque tutto ciò non sposta di molto quanto ho scritto, e faccio ammenda mettendoci una foto anche delle due grassone. Ecco.

Camp telegram

  1. Raffaella Carrà: Rumore (1974)
  2. The Weather Girls: It’s raining men (1983)

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Perdenti assassini

Manifesto della RSICapita, talvolta, che in un breve giro di tempo, arrivino uno dopo l’altro, attraverso canali differenti, parole, segnali che sembrano appartenere tutti allo stesso discorso, allo stesso senso, che sembrano voler dichiarare le stesse ipotesi, le stesse possibilità.

E quando quei segnali riverberano alcune delle proprie ossessioni personali, quelle parole risuonano ancora più sonore, più evidenti nel loro senso sincronico. A me è capitato da poco: tre incontri casuali nel giro di pochi giorni con lo stesso fantasma. Li riporto qui.

1. Domenica scorsa, durante la trasmissione su La7 di cui parlavo nel mio post precedente (Niente di Personale, condotta da Antonello Piroso), a un certo punto erano in studio, assieme, Alberto Franceschini, capo storico delle Brigate Rosse, e Mario Tuti, estremista di destra pluriomicida e pluriergastolano. Si parlava dei loro percorsi, e delle motivazioni che li hanno spinti a fare ciò che fecero. (Qui il video integrale)

Antonello Piroso: Franceschini ha detto: volevamo fare la rivoluzione…. Nel vostro caso, i neofascisti… che cosa volevate?

Mario Tuti: Noi non volevamo conquistare lo stato. Noi -la cosa può sembrare folle- ci sentivamo defraudati dalla sconfitta del 45…. Noi ci richiamavamo alla sconfitta. Non pensando di poter volgere quella sconfitta in una vittoria, ma come testimonianza. Non c’eravamo. Volevamo esserci anche noi… A me in quegli anni… mi fosse venuto come Faust, Mefistofele, m’avesse chiesto cosa volevo…. avrei chiesto di poter essere stato fucilato anch’io nell’agosto del ’44 in Santa Maria Novella, come racconta Malaparte…. lì furono fucilati i fascisti che avevano difeso Firenze. Era quella la mia aspirazione.

2. Oggi, leggo sul Mattino la recensione di Guido Caserza all’ultimo libro di Hans Magnus Enzesberger, Il perdente radicale. Ne riporto qualche stralcio.
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