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La duchessa di Langeais

In una serata che offriva molteplici sebbene non garantite alternative (tra le quali un concerto -sic- di Abel Ferrara e soprattutto uno di musica popolare sarda con tenores di bitti e suonatori di launeddas), mi sono fatto convincere da un’amica a dirottare su un cinema d’essai per vedere questo film.
Che dire? Erano anni che non vedevo roba simile. Pressappoco da quando, in fase adolescenzial-cinefilo-pippaiola mi sorbivo film insulsi e/o indigesti con l’animo penitenziale di un Fantozzi alla proiezione della Potemkin. E sebbene, come Fantozzi, mi concedessi talvolta la soddisfazione di poter dire alla fine che trattavasi di cagata pazzesca, il mio sensibile animo ne porta ancora i segni.
Avete presente quei film in cui dapprima si tace attoniti (magari è l’inizio, dopo sarà meglio…), poi si comincia a bisbigliare imbarazzati, poi si comincia a fare qualche battuta discreta, poi si passa alle risate incontenibili ed alle battute da osteria? Ecco.
Un’ininterrotta pippa del peggiore stampo (pseudo) letterario, (pseudo) teatral-colto, verboso, irrisolto, irritante, da far ululare di noia persino i braccioli delle poltrone. Tratto da una novella di Balzac, il cui scheletro presumo in questo momento stia ballando la macarena al Pere Lachaise, riassume il peggio del cinema europeo. Abbiamo inutilmente sperato in un intervento di restoring hope da parte dei fantastici quattro, di spider man o di pippo olimpionico. Ma erano evidentemente speranze vane, partorite dalla fantasia di cervelli alla disperazione. Unico elemento piacevole, la notevole rassomiglianza della faccia di Michel Piccoli nei panni di un anziano e sorridente nobiluomo, con quella di Enzo Cannavale, la cui presenza in questo film sarebbe stata una vera panacea.
Siamo usciti con un sentimento di nostalgia isolana, desiderosi di pane carasau, porceddu e filu e fierro. Invocavamo Maria Carta. Ma era troppo tardi, ahimé.

Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: 1,00 euro
Bilancio: -6,50

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Servizio pubblico, o il tunnel del divertimento

CaparezzaD’estate, uno degli affanni minori che si presentano all’uomo di mondo è quello del sapere come impiegare fruttuosamente la propria serata, conoscendo e potendo scegliere tra i mille eventi che la bella stagione solitamente propone per ogni dove grazie a generosi assessorati, alacri organizzatori, munifici sponsors e via dicendo. Le informazioni di solito sono sparse in mille rivoli: siti, locandine, volantini, trafiletti e via dicendo.
Il vostro titolare, che suole perdere il tempo in attività superflue, ha messo insieme quasi tutte le cose interessanti che si svolgeranno a Napoli e dintorni nelle prossime settimane, su quella meraviglia che è Google Calendar. Poiché il titolare oltre che perditempo è anche generoso, ve lo mette a disposizione qui. Buon divertimento!

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Ocean’s thirteen

Posso, per favore, posso per una volta esimermi dal dovere di parlare di tutti i film che ho visto?

Anche perchè, su questo, non mi viene proprio niente. Un paio d’ore piacevoli, belle facce, belle immagini e strizzate d’occhio all’immaginario lounge-martini-exploitation e chi più ne ha più ne metta. Tre secondi dopo, te lo sei dimenticato. Per cui:

Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: quello di un long drink di media qualità
Bilancio: dipende da dove prendi il long drink, e con chi.

Vedi anche:

Zodiac

ZodiacDeludente. Questo post potrebbe fermarsi qui, se volessi essere molto ma molto sintetico.
Ma l’etica del blogger (?) impone di spendere qualche parola in più su questo film che pure prometteva bene, dal regista David Fincher (Fight club, Seven) agli attori, alla storia, ispirata al realmente esistito Killer dello Zodiaco, che a cavallo tra i ’60 ed i ’70 terrorizzò coi suoi enigmatici e gratuiti omicidi la San Francisco in transizione dalla Summer of Love all’ispettore Callaghan.
Il problema iniziale è che chiunque abbia letto anche mezza riga sul film o sull’argomento che tratta, viene subito a conoscenza del fatto che l’autore di quei delitti non è mai stato identificato. Questo già, in termini di puro godimento del plot, pone una più o meno piccola riserva. Lo spettatore volenteroso si accomoda e guarda con sospensione di giudizio, augurandosi di godersi uno spettacolo che gli proporrà, si spera, almeno una costruzione serrata dei fatti, un’ipotesi credibile sul colpevole, o (come nel caso della Dalia Nera), una licenza narrativa/criminologica, che azzarda una soluzione non verificatasi in realtà. In più, auspicabilmente, avrà uno spaccato di un luogo e di un epoca molto interessanti narrativamente, la california del Flower Power su cui si staglia l’ombra nera di Charles Manson e dei suoi delitti, gli hippies e le zone più oscure della mente, le rivolte studentesche, il vietnam, il giornalismo d’inchiesta (il watergate è alle porte) e chi più ne ha più ne metta.
Speranze abbastanza vane. La prima parte mette in scena, senza particolari guizzi, i primi delitti e il partire dell’inchiesta, che vede in parallelo ed in competizione i redattori di un quotidiano ed i poliziotti. Ma le indagini si arenano, e da un certo momento in poi, questo lunghissimo, sbrodolato film è la noiosa ed incomprensibile cronaca di un’ossessione: quella del vignettista del quotidiano, che per quasi vent’anni, dopo che sia il giornalista che il poliziotto hanno gettato la spugna, cerca il killer, avvitandosi su ipotesi, nomi, eventi, faldoni d’archivio reperiti fortunosamente e ai limiti dell’illegale, senza suscitare la minima emozione allo spettatore, anzi, favorendone il torpore sonnolento. Alla fine di queste due ore e mezza, riaprendo l’occhio accarezzato da Morfeo, ci si accorge che un minimo di ipotesi risolutiva su chi potesse essere il killer ci viene proposta. Dopo un momento di smarrimento necessario a ricordarsi qual’era il film che si stava vedendo, e come cominciava, se ne prende atto, felici che le maschere stiano aprendo le porte d’uscita e pregustando il contatto col materasso. 

Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: 3,50 euro
Bilancio: -4,00

Vedi anche:

Breach – l’infiltrato

Breach - Chris CooperQualche giorno fa, volevo andare a vedere Zodiac. Arrivato al cinema, mi sono reso conto che lo spettacolo indicato sul giornale non c’era. Ho ripiegato quindi su questo. E, avendo visto poco dopo anche il film di Fincher (di cui parlerò a breve), devo dire che tutto sommato, questo si è rivelato leggermente migliore, al contrario delle aspettative. Ma in entrambi i casi si tratta di film che destano perplessità.
Come Zodiac, racconta una storia vera. E come Zodiac (per chi si è informato), toglie in parte il gusto della sorpresa per l’esito finale, che si conosce in anticipo. Qui addirittura il film comincia con il filmato (vero) del procuratore Ashcroft che annuncia la cattura di Robert Hanssen, funzionario dell’FBI, altissimo responsabile dei servizi di spionaggio, che per vent’anni aveva passato informazioni al nemico, i Sovietici prima ed i Russi poi. Tutto il film è quindi una ricostruzione delle delicatissime indagini per incastrare quest’uomo, nel mirino dei colleghi da anni ma talmente abile nelle sue mosse da non lasciare alcuna “smoking gun” che potesse consentirne la condanna. Ed anche, secondo un filone narrativo classico, dei rapporti psicologici che si vengono a creare tra lui ed il giovane agente che gli viene assegnato come assistente con l’incarico di stanarlo e trovare le prove del tradimento, e col quale stabilisce anche un complesso legame non privo di fascinazione. Hanssen, interpretato da Chris Cooper, il generale criptoomosessuale ed assassino di American Beauty è una personalità complessa e disturbata. Cattolico integralista fino alla paranoia, membro dell’Opus Dei, aspro, arrogante e frustrato, ma anche segretamente dedito a voyeurismi sessuali e spia dei Comunisti, è un vero enigma. Ed il limite del film è proprio il fatto che quest’enigma non viene illuminato. Seguiamo il protagonista nei suoi movimenti reali e psicologici ed avvertiamo anche un suo tormento autentico, nell’immane contraddizione che incarna. Ma non riusciamo a decifrarlo, ed aspettiamo alla fine un minimo di luce. Il film finisce, circolarmente, con la sua cattura e ci si aspetta proprio questo: che ci venga rivelato qualcosa, di e da Hanssen. Ma nulla sapremo di quello che ha detto, delle sue motivazioni, delle suo rivelarsi (liberarsi?) davanti alla Giustizia, se non un breve scambio di battute con i colleghi che lo arrestano, che sembra preludere allo svelamento e che invece chiude la faccenda lì.
Questo film, che per quasi tutto il tempo sembra puntare soprattutto sulla chiave relazionale/psicologica, si chiude invece come se fosse un semplice thriller in cui l’unico problema è arrestare il cattivo. E lascia piuttosto perplessi per questo. Certo, c’è l’altro aspetto, il tormento del giovane agente, il suo scontrarsi con la realtà divorante di un mestiere che rende quasi impossibile una vita affettiva “normale” e relazioni personali che escludano finzioni ed omissioni, ma non sembra questo un filone particolarmente originale nei film hollywoodiani a base di poliziotti e spie. Così come il classicissimo discorso morale, tipicamente Americano e Protestante, sull’etica della responsabilità cui far riferimento nei momenti difficili (“Fa’ il tuo dovere: sali su quella barca e rema”).

E qui veniamo all’aspetto più interessante e preoccupante. Con l’aria che tira oggi in Italia, questo film qui,  se qualcuno se ne accorge, rischia di finire nel mirino dei neoclericali di tutte le risme che affollano rumorosamente tutti gli spazi disponibili. Hanssen è un Cattolico ipocrita, bigotto, cattivo e sessualmente pervertito (e perdipiù, osserviamo di sfuggita, ha un’inquietante somiglianza, nella faccia rugosa e floscia e nello sguardo stretto e acquoso, con Carlo Giovanardi). La morale del film, come dicevamo, è squisitamente protestante (benché anche il coprotagonista sia cattolico). E’ quanto basta per un articolo fiammeggiante sull’Avvenire o sul Foglio, se ci va bene. Se ci va male, per un’omelia, una dichiarazione dal pulpito, una reprimenda vescovile. Se ci va malissimo, per un’interrogazione parlamentare di Luca Volonté. Iddio ci assista.

Il conto:
Spesi: 7,50 euro
Valore effettivo: 4,50 euro
Bilancio: -3,00

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La vie en rose

Marion Cotillard nel ruolo di Edith PiafRiflettevo, uscendo dalla sala, sul fatto che uno spettatore medio non francese ha forse un limite oggettivo nel giudicare questo film. Edith Piaf è infatti forse il più grande monumento musical-teatrale del novecento, ai limiti del mito, nella sua patria. Lì la sua immagine, la sua storia personale travagliatissima sono patrimonio comune o comunque elementi molto più conosciuti popolarmente che altrove. Non che in Italia o nel resto del mondo non sia conosciuta ed ammirata, ma senz’altro un francese sarà molto più esigente nel fare le pulci, se necessario, alla rischiosissima rappresentazione sullo schermo di un personaggio così popolare e “forte”. Tornato a casa, ho spulciato la minibiografia sulle note di copertina di un suo CD, ed ho riscontrato una corrispondenza puntualissima con la storia raccontata in questo film, i suoi episodi più o meno tragici, estremi, dall’infanzia nel bordello normanno, all’adolescenza sulle strade parigine tra papponi e criminali, al successo punteggiato da tragedie,  dissipatezze e malattie, fino alla morte prematura nel 1963.
E mi sono confermato nel fatto che questo è un film corretto, nel miglior senso possibile. Rispettoso della storia, ben girato ed ambientato, ben recitato, filologicamente ineccepibile. Senza particolari arditezze, ma estremamente piacevole. Un buon prodotto di artigianato cinematografico. Naturalmente, come dicevo prima, qualche puntiglioso francese (i francesi sono spesso puntigliosi)  avrà a che ridire sull’incarnazione che del passerotto fa Marion Cotillard. Edith Piaf nel 1946Io personalmente, avendo visto poco o punto la vera Piaf su uno schermo, ho trovato la sua recitazione talvolta un po’ enfatica, quasi caricaturale nell’incarnarne le movenze goffe, originate in principio dall’eccentricità del personaggio e poi dalla malattia. Ma, come dicevo, non sono buon giudice sotto questo profilo. E se penso che forse talvolta c’è nella narrazione un eccesso di melò, rifletto poi sul fatto che, nulla essendo inventato della sfigatissima vita di questa donna, forse è vero proprio il contrario, e cioè che c’è voluta bravura per non far sprofondare il tutto nel kitsch, nell’enfasi tragica del sentimentalismo da quattro soldi.
In ogni caso, per chi non ha mai sentito la grandissima voce di Edith Piaf, questo è un film da vedere e da ascoltare, che ha dei momenti emozionanti, non foss’altro che per le canzoni che si ascoltano.

Il conto:
Spesi: 5,00 euro
Valore effettivo: 5,00 euro
Bilancio: = 0,00

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