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Una multiforme temperie di sentimenti

Johnny DorelliVogliamo parlare del Festival di Sanremo?

E sia. Parliamone.

Tanto, il vostro titolare deve riprendere un po’ la mano dopo la latitanza (e la paranza) di questi giorni. Quindi meglio soffermarsi su una cosuccia leggera su cui ognuno è legittimato a dire la sua corbelleria.
Quest’anno ho visto tutte le serate, ritualmente, con antichi sodali, sfidando l’insonnia ed altre malattie psicosomatiche. Pertanto, alla vigilia del finalone, posso ben esprimere qualche concetto a ruota libera. Anzi, farò di meglio. Poichè il Festival ha prodotto in me una serie di contrastanti stati d’animo, cercherò di riassumerveli, specificandone le cause. Ecco dunque

Alcuni motivi di depressione causatimi dal Festival di Sanremo:

  • Vedere Gigi D’Alessio cantare Con il nastro rosa di Battisti è stata una delle esperienze più deprimenti, imbarazzanti, irritanti che abbia mai avuto nella mia vita di ascoltatore/spettatore. E’ paragonabile solo a quella di vedere il suddetto D’Alessio essere superospite a Sanremo, e cantare per oltre un quarto d’ora. E a quella di constatare il fatto che il suddetto sia un idolo delle folle anche oltre il perimetro del quartiere Mercato-Pendino di Napoli. E, in fondo, a quella di constatare che esista Gigi D’Alessio. E’ una sensazione che condivido con la totalità dei miei amici napoletani. Mi domando spesso se il fatto di vivere a Napoli e non appartenere alla fascia socioculturale dei suoi fans non comporti un pregiudizio negativo ingiustificato. Chissà. Il discorso meriterebbe approfondimenti, ma è meglio lasciar perdere. Primo, perchè questo vuol’essere un post leggero. Secondo, perchè se lo faccio e si viene a sapere nel quartiere dove vivo, come minimo mi gambizzano. Concludo con una citazione dell’ottimo Ernesto Assante:

    Se esiste un dio della musica D’Alessio e Lara Fabian dopo questa esibizione si sono guadagnati l’inferno

  • La vittoria nella categoria dei giovani di Fabrizio Moro. E il premio della critica. E il tormentone giornalistico sull’ “impegno civile”, sul “coraggio”, sul “Sanremo di sinistra” e via dicendo. Ma siamo impazziti? Ma l’avete sentita quella canzone? Avete provato a leggere il testo? Avete visto il video sul maxischermo, coi faccioni di Lennon, Madre Teresa, Martin Luther King eccetera? La sagra dell’ovvietà buonistica. La parodia del Jovanotti più insopportabile. Il testo ricorda Elio quando sfotte Lorenzo ne “La visione della figa da vicino”. Solo che questo fa sul serio. E la musica. Una brutta copia dell’unica e costantemente riciclata canzone degli Zero Assoluto, che già un capolavoro non è.
    Eppure, tutti a dire che bravo che bello, che impegno, evviva Borsellino, abbasso i cattivi, le canzonette possono cambiare il mondo, bravo Baudo che hai portato a sanremo la società civile…. Basta. Meglio fermarsi qui. Che terra dei cachi, questa.

Alcuni motivi di allegria causatimi dal Festival di Sanremo:

  • Semplicemente, il fatto che le autentiche schifezze sono state pochissime (Al Bano, Mazzocchetti e poco più, e comunque ad un livello meno intollerabile di altre edizioni), e che ho ascoltato molte canzoni dignitose (MangoCristicchi, Velvet, Concato) alcune più che dignitose (Tosca, Nada, Silvestri) e almeno un paio decisamente belle, quelle di cui parlerò tra poco. E per i giovani, vale lo stesso discorso. Purtoppo quelli che secondo me erano i migliori sono stati eliminati subito (FSC e Pier Cortese, davvero molto bravi), e ha vinto quel che sapete. Ma in generale, ricordando certi obbrobri passati, c’è di che consolarsi.
  • Elisa. La più bella voce e tra le migliori autrici che abbiamo oggi in Italia. Nulla da aggiungere.
  • Le canzoni di Amalia Grè e Johnny Dorelli. Le più belle, le mie favorite, quelle che non vinceranno. La Grè, che non mi ha mai particolarmente entusiasmato per quel suo piglio ostentatamente “ricercato”, che sottende la puzza al naso e il complesso di superiorità del jazzista -che ne potete sapere voi poveri canzonettari- ha tirato fuori un piccolo capolavoro, dal sapore allo stesso tempo classico e ricercato. Mi ha ricordato un  po’ -paradossalmente, vista l’abissale differenza di timbro vocale- certe cose di Nina Simone: quel sapore malinconico e un po’ agro, oscuro e arioso allo stesso tempo…. Brava.
    Ma è Johnny quello che mi riscalda il cuore. Io non sono giudice imparziale. Alla mia età, e con le mie precoci frequentazioni televisive, Dorelli non è uno qualsiasi. E’ uno di famiglia. Arriva dopo anni di assenza uno che somiglia ad un vecchio orsacchiotto ritrovato in un cassetto, che pensavi di aver perso in chissà quale trasloco, e ritrovi tutto il valore delle parole classe, professionalità, stile, arte. Dorelli canta, Calabrese e Ferrio scrivono la canzone. Sembra di essere tornati indietro di trent’anni almeno, ma lo stupore è tutto di oggi. Canzone quasi perfetta, un piccolo gioiello senza tempo. Come per Arigliano, ci si rende conto ogni tanto che il sentimentalismo della memoria spesso ha una sua ragion d’essere.

Un motivo di grandissima allegria causatomi dal Festival di Sanremo:

  • Stefano Bollani che prima e dopo avere accompagnato (splendidamente) Dorelli nel duetto della terza serata ne ha fatto un’imitazione perfetta ed esilarante. Da sola meritava una standing ovation.

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Casino Royale

Daniel CraigDiciamoci la verità, non morivo dalla voglia di andare a vedere questo film. Ci sono andato, chinando democraticamente il capo al volere della maggioranza, spendendo aristocraticamente sette cucuzze ed uscendo dal cinema con un preoccupante rigurgito totalitario.
Che dire di questo strombazzato nuovo Bond, attore meno espressivo del sigaro di Clint Eastwood, britannico quanto il dottor Goebbels, reso “sentimentale” e “proletario” per poter dire agli uffici stampa che il mito si rinnova, va al passo coi tempi?  Di questo film esanime, annoiato e distratto anche nei momenti più spettacolari, privo di convinzione e di sostanza? Sfrondato di tutti gli elementi “fumettistici” dello 007 classico, dell’ironia, dei gadgets, della bidimensionalità apsicologica che era la forza di un personaggio che era un cartoon per adulti, sullo schermo non resta praticamente nulla. Qualche bel panorama, qualche bella gnocca, un po’ di combattimenti, un palazzo veneziano che si sfrolla in laguna come un pandoro inzuppato nel caffellatte e poco più. Il rovello sentimentale di James Bond (che qui si vorrebbe talvolta mostrare) identifica il concetto che meglio descrive questo film: impossibile, anzi inesistente.
Poi dice che non è meglio la dittatura, signora mia….

Il conto:
Spesi: 7,00 euro
Valore effettivo: 3,00 euro
Bilancio: -4,00 euro

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Giù per il tubo

Giù per il tuboA Natale si andava a vedere i cartoni, da piccoli. Da grandi, nel mio caso, ci si va talvolta più spesso che da piccoli. E, nove volte su dieci, non si resta delusi. Qui si trattava della nuova produzione del team Dreamworks / Aardman (ovvero Spielberg più Wallace e Gromit), team inaugurato con Galline in fuga e proseguito con il film sul coniglio mannaro dei due irresistibili personaggi di plastilina. Che dire, se non che l’unico neo di questo genere di appuntamenti è la assoluta prevedibilità del fatto che sai bene cosa ti aspetterà e questo felice pronostico si conferma puntualmente. Un film delizioso, intelligente, pieno di trovate e di personaggi esilaranti, scorretto quanto basta (il nodo narrativo da cui si dipana tutto è il tuffo con sciacquonata nella tazza del water, che porta il topo protagonista in un elaboratissimo mondo fognario) e altrettanto corretto nella morale (meglio poveri, incasinati, ma tanti e solidali, e col calore delle relazioni, anche se si vive letteralmente in una chiavica, che ricchi e soli). Un tocco particolare è l’ambientazione molto britannica, sia in certi dettagli d’ambiente che in molte situazioni della sceneggiatura, fatto questo che rende il tutto un po’ più originale rispetto ai pur splendidi omologhi americani. Giù per il tuboFinale alla grande con Tom Jones (citato anche nella storia) sui titoli di coda. Bisognerà che prima o poi scriva qualcosa su quest’uomo, che dagli abissi del trash, è diventato negli ultimi anni l’icona del godimento pop senza pudori, citato e suonato in tutte le salse. I titoli finali, come sempre, vanno visti tutti. Per farlo, noi ed un altro paio di valorosi abbiamo resistito indomiti alle luci accese e alle maschere che ci volevano far sloggiare. Chissa se succede solo a Napoli, tutto ciò.
Ho fatto un salto sul divertente sito ufficiale, dove tra l’altro ci sono dei trailers in cui compaiono misteriosamente due personaggi di cui nel film non c’è traccia, e perdipiù nelle stesse scene viste al cinema. Uno scherzo?

Il conto:
Spesi: 7,00 euro
Valore effettivo: 7,00 euro
Bilancio: +0,00

Vedi anche:

Love

The Beatles - LoveGrazie a The Petunias, ho avuto modo di ascoltare un paio di brani dal nuovo album dei Beatles. Quello che è una sorta di collage/remix/restauro e recupero di inediti, curato da George Martin e suo figlio, per uno spettacolo del Cirque du Soleil, col beneplacito dei due fab superstiti e delle altre due vedove.
Magari sono affrettato. Ma mi sembra una cosa straordinaria.
Io del resto non sono attendibile. I Beatles per me sono come la mamma. L’unico centro di gravità permanente che ho da quando sono nato, forse da prima ancora. L’unica entità estetica, morale, culturale, affettiva che è rimasta solidamente intatta, immune al consumo che gli anni applicano alle persone, alle cose, alle idee e perfino alle emozioni. Ma mi fermo qui, ormai sono un anziano sentimentale, di quelli che se attaccano la pippa poi non la finiscono più.

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Il Re d’Inghilterra

Nino FerrerLa memoria è un’ossessione, in generale, per molti. Per me senz’altro. Mi rendo conto che più passa il tempo più corro il rischio di sprofondare in un piccolo inferno autoreferenziale, fatto di infanzia congelata e di tanti frammenti autoconsolatori: canzoni, ectoplasmi televisivi, oggetti, eventi remoti che spesso mi allontanano dal presente più di quanto vorrebbero essere (e spesso sono davvero) una chiave d’interpretazione, una luce sull’oggi.
Freno la pippa speculativa e vengo al dunque. Voglio parlare oggi, ad otto anni dalla sua morte, di una persona che ho molto amato da bambino e che, riscoperto da grande, amo con maggior consapevolezza e tenerezza. Questa persona è Nino Ferrer.
Lo adoravo quando cantava (pochi cantanti non mi annoiavano, nella noia generale della mia infanzia televisiva, e lui era il numero uno del divertimento), e quando faceva lo scemo nei varietà del sabato, sempre con quell’aria furba da guascone sciupafemmine e pieno di vita. E poi, il primo disco che ho ascoltato in assoluto, credo, è stato suo. Lo comprò un mio fratello. Girava in continuazione sulla fonovaligia di casa. Era Le Telefon: chissà perchè, nella versione francese.
Mentre crescevo, lui scompariva dalle scene, almeno in Italia. Non era certamente più un popolare artista quando, durante un viaggio in Francia, recuperai una sua cassetta, e mi dissi cavolo, ma era davvero bravo. Uno che era in grado di fare del R’n'B di tutto rispetto essendo biondo, mezzo francese e mezzo italiano, e senza sembrare ridicolo. Ma non solo. Uno che scriveva belle canzoni, che sapeva attraversare con leggerezza il beat, il jazz, il blues, la bossanova. Che suonava con musicisti con le strapalle (Manu Dibango tra gli altri).
E poi, uno che sapeva scrivere e giocare con grande intelligenza con le parole. I suoi testi, quelli che non erano marchette d’occasione (e pure quelle erano carine), sono spesso pieni di invenzioni tipicamente francesi, di quella tradizione ludico-letteraria che va da Roussel a Queneau, all’Oulipo: Omofonie, calembour, gusto della costruzione delle frasi e soprattutto tassonomie, molto alla Perec (tanto per gradire: un altra presenza ossessiva e produttrice di ossessioni e di memoria. Il cerchio si è chiuso quando, rileggendo Mi Ricordo, mi sono imbattuto in “Mi ricordo Gaston y a l’téléfon qui son“).
C’è da poco un suo sito ufficiale: è carino e ben fatto. Vale la pena di dargli un’occhiata.
L’ultimo ricordo che depongo qui è quello di otto anni fa, in un agosto più o meno come gli altri, più o meno come questo. Lessi o sentii per radio che l’uomo che per me aveva rappresentato l’archetipo, l’imprinting originario dell’allegria e della gioia di vivere, si era sucidato. Rimasi sconvolto. Nino Ferrer si era sparato una fucilata nella sua casa di campagna, il 13 agosto del 1998, due giorni prima del suo sessantaquattresimo compleanno.

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Chi ci ricorda?

Io sono ossessionato dalle somiglianze. In generale, ma soprattutto da quelle tra le canzoni.
Sempre più, col passare del tempo, una melodia me ne ricorda immediatamente un’altra, quel riff mi sembra molto simile a quell’altro. O semplicemente quest’atmosfera mi pare proprio la stessa di…
Allora ho pensato che mi ci posso divertire un po’. Quando mi vengono queste illuminazioni, faccio un po’ di editing audio e confeziono un clip che vi potete scaricare.
Beninteso: qui si parla di Pop con la P maiuscola, niente a che fare con i presunti scoop sui plagi sanremesi o roba del genere. Sono discendenze, non plagi. Filologia, non pettegolezzo. Ecco.

Segue il primo post di quella che aspra ad essere una specie di rubrica

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