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L’arte del sogno

L’arte del sognoQuesto film non è perfetto. Non è equilibrato. Non ha una storia, è sbilenco, strano, irrisolto. Eppure è prezioso. Trabocca di cose rare, quasi uniche. Ha la grazia. L’innocenza. L’intelligenza. La purezza. Lo sguardo. La gioia. E’ davvero raro vedere queste cose tutte insieme, oggi. Gli unici prodotti artistici recenti di mia conoscenza che posso avvicinare emozionalmente a questo sono, in letteratura, Molto forte, incredibilmente vicino di Foer e, sullo schermo, parte delle cose migliori di Tim Burton, come La sposa cadavere.
Avevo una grossa aspettativa per questa nuova opera di Michel Gondry, dopo il folgorante Eternal sunshine of the spotless mind (ometterò il titolo italiano per decenza, chi non sa di cosa sto parlando s’informi). Sono uscito dal cinema confuso e un po’ felice. Ripeto: non c’è, onestamente, da gridare al capolavoro, ma di questa esperienza visiva qualcosa di importante ti resta in circolo, ti continua a dare dei lievi capogiri, qualcosa di simile al ricordo di un bacio. A un bel sogno, appunto.
Ed il sogno che ingovernabilmente trabocca nella realtà e viceversa è tutta o quasi la storia di questo film sbilenco. I sogni costruiti artigianalmente dal protagonista, ma con un serissimo rigore scientifico. La Science des rêves è il titolo originale: ed è la scienza di Archimede Pitagorico e Buster Keaton, di Munari e Calder, di Tati e Chagall. Dei film di animazione dell’est che guardavamo sulla RAI da piccoli. Di macchine ‘inutili’ e bellissime come opere d’arte. Anzi, oggetti d’artigianato, giocattoli. Questo è un film fatto di stoffa, carta, cartone, spago e fil di ferro: la materia dei sogni. C’è poco da aggiungere: Il ‘racconto’ è poca ed irrisolta cosa. Gli attori (Gael Garcia Bernal e Charlotte Gainsbourg) sono quasi perfetti, e lei ha un impossibile, tenerissimo fascino cui non si può resistere.
Potrei finire qui. Ma c’è una cosaL’arte del sogno importante che vale la pena aggiungere. All’inizio, parlavo di purezza. Devo spiegarmi meglio. Questo film maneggia materiali pericolosi depurandoli di qualsiasi insidia. E’ eccentrico ed originale senza l’autocompiacimento dell’artista, o le obliquità cerebrali che trapelano quasi inevitabilmente in questi casi. E’ visionario (e quanto!) ma senza nessuna acidità psichedelica, senza nessun retrogusto tossico o allucinato. E’ un’apologia dell’infanzia e dello sguardo infantile senza nessuna tentazione regressiva, di allontanamento dalla realtà, dal qui ed ora. I sogni sono un prolungamento, un complemento del reale, che ad essi scorre parallelo e da essi attinge energia. Certo, si potrebbe dire, il protagonista non è un esempio di persona concreta (è quasi un disadattato, nelle relazioni). Ma a me sembra che svolga un ruolo simbolico, catartico: ci (ri)indica la strada, una strada che possiamo percorrere con la nostra automobilina di cartone ondulato. Forare una gomma è un’eventualità imponderabile, andare più o meno lenti, cantando o stando zitti, ascoltando la radio o chiacchierando col compagno di viaggio, sono scelte individuali.

Il conto:
Spesi: 5,00 euro
Valore effettivo: 7,00 euro
Bilancio: +2,00

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Nuovomondo

Charlotte GainsbourgCi sono dei film che hanno una digestione lenta. Quando li vedi non sai bene se ti sono piaciuti oppure no. Poi passano i giorni, il metabolismo emotivo fa il suo corso, ti ritornano in mente immagini, suoni, facce, storie, e ti rendi conto che si, era proprio bello. Sciogli le riserve e ti arriva finalmente nelle vene quel nutrimento lungamente lavorato dai succhi e dagli umori secreti chissà dove nelle visceri cinematografiche.
Nuovomondo appartiene senz’altro a questa categoria. E credo che la lentezza della digestione derivi, in questo caso ma forse in genere, dalla sua alta concentrazione simbolica, fatta più che di parole o di storie, di immagini che attingono a strati profondi della memoria, probabilmente più collettiva che individuale.
E’ un film particolare, ambizioso. Fatto di estremi e di inganni: il “realismo” scabro che lo attraversa, e che soprattutto all’inizio sembra essere la sua cifra, in realtà nasconde – e da un certo punto in poi rivela – il suo contrario: la visionarietà simbolica, il fantastico applicato ai destini delle persone (altra felice contraddizione), la storia che cozza con il delirio. Il vecchio col nuovo, una lingua con l’altra, la voce con il silenzio, il grande con il piccolo.
Mi rendo conto che sto pericolosamente ghezzeggiando, e mi fermo subito. Aggiungo solo poche annotazioni: che vale la pena di vederlo. Che se vi piacciono i film d’azione non fa per voi. Che è il film straniero candidato agli Oscar per l’Italia. Vincent SchiavelliChe gli interpreti sono straordinari, tutti non professionisti, pare, tranne Charlotte Gainsbourg e Vincent Schiavelli (chi è? vi chiederete. Questo signore qui, una faccia “minore” indimenticabile di Hollywood, che è morto subito dopo le riprese). Che un’intervista a Crialese mi ha confortato in un’intuizione che avevo avuto guardando il personaggio del ragazzo muto col cappello. A una domanda precisa dell’intervistatrice, e cioè se fosse ispirato ad Harpo Marx, il regista ha risposto che non lo escludeva, essendo parte del suo immaginario di cinefilo. Io aggiungerei solo che mi sembra un misto tra Harpo e Chico. Quello col cappello a pan di zucchero, l’ebreo tedesco emigrato in America che fingeva di essere italiano.

Il conto:
Spesi: 7,00 euro
Valore effettivo: 7,00 euro
Penalità: 5 euro (al cinema Modernissimo sala 1, tempio sedicente dei cinefili di prima visione, pellicola graffiata, righe verticali a singhiozzo per buona parte della proiezione) 
Bilancio (film): +0,00
Bilancio (cinema): -5 , con diffida e imprecazione

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