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L’abbuffata di caramello di leoni ed agnelli ai tempi del colera

Robert RedfordBisogna trovare un titolo per il post, anche quando si è a corto di fantasia. Dunque, per questo frettoloso riassunto degli ultimi quattro film visti, accontentatevi di questa ipotetica storia (non priva di qualche interesse, se qualcuno l’avesse inventata).
Ma non tergiversiamo. Leoni per agnelli, l’ultimo visto, ha messo a dura prova la mia mandibola, che ha rischiato di slogarsi a furia di sbadigli. Di questo film di Robert Redford era facile immaginarsi tutto prima ancora di vederlo: grande invettiva liberal, a base quasi esclusivamente di conversazioni campo/controcampo, contro le guerre di Bush, in nome di un’America che piace a tutti, intelligente, morale, appassionata ed elegantemente friendly come il professore universitario interpretato dal regista, contrapposta a quella ipocrita e guerrafondaia dell’ambiguo senatore repubblicano Tom Cruise. Il dualismo emerge prepotente anche nell’impostazione iconografica: da un lato un settantenne giovanile e piacente, in camicia sportiva dentro una luminosa stanza di campus piena di libri, dall’altra un giovane politico rampante in completo blu, cravatta e spilla a stelle e strisce dentro uno studio tutto mogano, bandiere, foto in cornice e tradizione. In mezzo, la storia di due ragazzi -un negro ed un ispanico-, volontari in Afghanistan, vittime delle nuove strategie belliche del senatore ed ex studenti del professore. Il tutto molto teatrale, parlato, didascalico, prevedibile. Poteva andar peggio: sono rimasto sveglio fino alla fine.

CaramelCaramel rientra nella categoria dei film per i quali si spende volentieri la parola carino. Anche quella grazioso. Bello è forse troppo dire. E’ il lungometraggio d’esordio di una giovane e splendida libanese -che ne è anche la protagonista-, Nadine Labaki, il cui unico difetto è una certa somiglianza con Elisabetta Gregoraci, difetto che ha molestato solo marginalmente la visione del film, almodovarianamente ambientato in un salone di bellezza di Beirut, nel quale s’intrecciano le storie sentimentali di un gruppo di donne, tra ironia e malinconia. Quel che mi ha colpito, oltre al fascino di quasi tutte le protagoniste, è stata l’ambientazione: una città ed una umanità mediorientale forse non del tutto aliena dagli stereotipi dello spettatore occidentale, ma senz’altro con stereotipi meno scontati. Interreligiosa (cristiani e musulmani così simili nella loro naivetè mediterranea), laica, tradizionale ed allo stesso tempo affascinata dal glamour dell’occidente (la cosmesi, il trucco, l’acconciatura). La sensazione di estrema familiarità “sentimentale” che ho provato ha le sue coordinate nello spazio fisico -per una volta corro il rischio del luogo comune- del mediterraneo, e nel tempo: quella frazione di Beirut che si vede ricorda molto l’Italia di qualche decennio fa, e la sua umanità quella di certe commedie in bianco e nero di un tempo cui siamo molto affezionati. Per un figlio di profumiere napoletano nato negli anni ’60 quale sono, certi ambienti risultano inevitabilmente proustiani.

L’amore ai tempi del coleraTalvolta ci si augura che il proprio intuito non sia affidabile, e che il (pre)giudizio che ci porta a profetizzare che un certo film sarà con ogni probabilità terribile magari è infondato, e ci aspetta invece una bella sorpresa. Non è stato, purtroppo, il caso di L’amore ai tempi del colera, che sono stato costretto a vedere per le insistenze del mio caro amico M. E’ proprio come temevo che fosse. Tremendo. Fasullo, leccato, mal recitato, pretenzioso e ridicolo, e pieno di svarioni da antologia (tra gli altro, un termometro tascabile di tipo moderno che sbuca in una visita medica del 1860, scritture in inglese in un centroamerica iperoleografico che sembra preso di peso dal vecchio spot del Nescafè,  malriuscite acrobazie di trucco e di cambio di interprete dalle logiche del tutto misteriose). Se avevate dei dubbi sulla bravura di Giovanna Mezzogiorno, questo film li fugherà in un istante. Se non ne avevate su quella di  Javier Bardem, ve li farà venire. Tutto sommato, era meglio lo spot del Nescafé.
Infine, anche se è roba un po’ datata, avevo visto tempo fa L’abbuffata di Mimmo Calopresti. E quasi esclusivamente per ragioni personali, essendo il film ambientato in Calabria,  a Diamante, che è il paese in cui vado in vacanza da quando avevo nove anni. E, con tutta la generosità possibile, senza queste ragioni, non ha molto senso andarlo a vedere. Non che sia sgradevole, intendiamoci, ma nella sua pretesa levità, ironia, allegria venata di malinconia, si legge solo una intenzione, una diligente buona volontà priva di qualsiasi reale energia. Un compitino crepuscolare. Meglio andarci di persona, a Diamante, soprattutto fuori stagione.

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