3 marzo 2007 by Marco
Vogliamo parlare del Festival di Sanremo?
E sia. Parliamone.
Tanto, il vostro titolare deve riprendere un po’ la mano dopo la latitanza (e la paranza) di questi giorni. Quindi meglio soffermarsi su una cosuccia leggera su cui ognuno è legittimato a dire la sua corbelleria.
Quest’anno ho visto tutte le serate, ritualmente, con antichi sodali, sfidando l’insonnia ed altre malattie psicosomatiche. Pertanto, alla vigilia del finalone, posso ben esprimere qualche concetto a ruota libera. Anzi, farò di meglio. Poichè il Festival ha prodotto in me una serie di contrastanti stati d’animo, cercherò di riassumerveli, specificandone le cause. Ecco dunque
Alcuni motivi di depressione causatimi dal Festival di Sanremo:
- Vedere Gigi D’Alessio cantare Con il nastro rosa di Battisti è stata una delle esperienze più deprimenti, imbarazzanti, irritanti che abbia mai avuto nella mia vita di ascoltatore/spettatore. E’ paragonabile solo a quella di vedere il suddetto D’Alessio essere superospite a Sanremo, e cantare per oltre un quarto d’ora. E a quella di constatare il fatto che il suddetto sia un idolo delle folle anche oltre il perimetro del quartiere Mercato-Pendino di Napoli. E, in fondo, a quella di constatare che esista Gigi D’Alessio. E’ una sensazione che condivido con la totalità dei miei amici napoletani. Mi domando spesso se il fatto di vivere a Napoli e non appartenere alla fascia socioculturale dei suoi fans non comporti un pregiudizio negativo ingiustificato. Chissà. Il discorso meriterebbe approfondimenti, ma è meglio lasciar perdere. Primo, perchè questo vuol’essere un post leggero. Secondo, perchè se lo faccio e si viene a sapere nel quartiere dove vivo, come minimo mi gambizzano. Concludo con una citazione dell’ottimo Ernesto Assante:
Se esiste un dio della musica D’Alessio e Lara Fabian dopo questa esibizione si sono guadagnati l’inferno
- La vittoria nella categoria dei giovani di Fabrizio Moro. E il premio della critica. E il tormentone giornalistico sull’ “impegno civile”, sul “coraggio”, sul “Sanremo di sinistra” e via dicendo. Ma siamo impazziti? Ma l’avete sentita quella canzone? Avete provato a leggere il testo? Avete visto il video sul maxischermo, coi faccioni di Lennon, Madre Teresa, Martin Luther King eccetera? La sagra dell’ovvietà buonistica. La parodia del Jovanotti più insopportabile. Il testo ricorda Elio quando sfotte Lorenzo ne “La visione della figa da vicino”. Solo che questo fa sul serio. E la musica. Una brutta copia dell’unica e costantemente riciclata canzone degli Zero Assoluto, che già un capolavoro non è.
Eppure, tutti a dire che bravo che bello, che impegno, evviva Borsellino, abbasso i cattivi, le canzonette possono cambiare il mondo, bravo Baudo che hai portato a sanremo la società civile…. Basta. Meglio fermarsi qui. Che terra dei cachi, questa.
Alcuni motivi di allegria causatimi dal Festival di Sanremo:
- Semplicemente, il fatto che le autentiche schifezze sono state pochissime (Al Bano, Mazzocchetti e poco più, e comunque ad un livello meno intollerabile di altre edizioni), e che ho ascoltato molte canzoni dignitose (Mango, Cristicchi, Velvet, Concato) alcune più che dignitose (Tosca, Nada, Silvestri) e almeno un paio decisamente belle, quelle di cui parlerò tra poco. E per i giovani, vale lo stesso discorso. Purtoppo quelli che secondo me erano i migliori sono stati eliminati subito (FSC e Pier Cortese, davvero molto bravi), e ha vinto quel che sapete. Ma in generale, ricordando certi obbrobri passati, c’è di che consolarsi.
- Elisa. La più bella voce e tra le migliori autrici che abbiamo oggi in Italia. Nulla da aggiungere.
- Le canzoni di Amalia Grè e Johnny Dorelli. Le più belle, le mie favorite, quelle che non vinceranno. La Grè, che non mi ha mai particolarmente entusiasmato per quel suo piglio ostentatamente “ricercato”, che sottende la puzza al naso e il complesso di superiorità del jazzista -che ne potete sapere voi poveri canzonettari- ha tirato fuori un piccolo capolavoro, dal sapore allo stesso tempo classico e ricercato. Mi ha ricordato un po’ -paradossalmente, vista l’abissale differenza di timbro vocale- certe cose di Nina Simone: quel sapore malinconico e un po’ agro, oscuro e arioso allo stesso tempo…. Brava.
Ma è Johnny quello che mi riscalda il cuore. Io non sono giudice imparziale. Alla mia età, e con le mie precoci frequentazioni televisive, Dorelli non è uno qualsiasi. E’ uno di famiglia. Arriva dopo anni di assenza uno che somiglia ad un vecchio orsacchiotto ritrovato in un cassetto, che pensavi di aver perso in chissà quale trasloco, e ritrovi tutto il valore delle parole classe, professionalità, stile, arte. Dorelli canta, Calabrese e Ferrio scrivono la canzone. Sembra di essere tornati indietro di trent’anni almeno, ma lo stupore è tutto di oggi. Canzone quasi perfetta, un piccolo gioiello senza tempo. Come per Arigliano, ci si rende conto ogni tanto che il sentimentalismo della memoria spesso ha una sua ragion d’essere.
Un motivo di grandissima allegria causatomi dal Festival di Sanremo:
- Stefano Bollani che prima e dopo avere accompagnato (splendidamente) Dorelli nel duetto della terza serata ne ha fatto un’imitazione perfetta ed esilarante. Da sola meritava una standing ovation.
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6 febbraio 2007 by Marco
Questo film non è perfetto. Non è equilibrato. Non ha una storia, è sbilenco, strano, irrisolto. Eppure è prezioso. Trabocca di cose rare, quasi uniche. Ha la grazia. L’innocenza. L’intelligenza. La purezza. Lo sguardo. La gioia. E’ davvero raro vedere queste cose tutte insieme, oggi. Gli unici prodotti artistici recenti di mia conoscenza che posso avvicinare emozionalmente a questo sono, in letteratura, Molto forte, incredibilmente vicino di Foer e, sullo schermo, parte delle cose migliori di Tim Burton, come La sposa cadavere.
Avevo una grossa aspettativa per questa nuova opera di Michel Gondry, dopo il folgorante Eternal sunshine of the spotless mind (ometterò il titolo italiano per decenza, chi non sa di cosa sto parlando s’informi). Sono uscito dal cinema confuso e un po’ felice. Ripeto: non c’è, onestamente, da gridare al capolavoro, ma di questa esperienza visiva qualcosa di importante ti resta in circolo, ti continua a dare dei lievi capogiri, qualcosa di simile al ricordo di un bacio. A un bel sogno, appunto.
Ed il sogno che ingovernabilmente trabocca nella realtà e viceversa è tutta o quasi la storia di questo film sbilenco. I sogni costruiti artigianalmente dal protagonista, ma con un serissimo rigore scientifico. La Science des rêves è il titolo originale: ed è la scienza di Archimede Pitagorico e Buster Keaton, di Munari e Calder, di Tati e Chagall. Dei film di animazione dell’est che guardavamo sulla RAI da piccoli. Di macchine ‘inutili’ e bellissime come opere d’arte. Anzi, oggetti d’artigianato, giocattoli. Questo è un film fatto di stoffa, carta, cartone, spago e fil di ferro: la materia dei sogni. C’è poco da aggiungere: Il ‘racconto’ è poca ed irrisolta cosa. Gli attori (Gael Garcia Bernal e Charlotte Gainsbourg) sono quasi perfetti, e lei ha un impossibile, tenerissimo fascino cui non si può resistere.
Potrei finire qui. Ma c’è una cosa
importante che vale la pena aggiungere. All’inizio, parlavo di purezza. Devo spiegarmi meglio. Questo film maneggia materiali pericolosi depurandoli di qualsiasi insidia. E’ eccentrico ed originale senza l’autocompiacimento dell’artista, o le obliquità cerebrali che trapelano quasi inevitabilmente in questi casi. E’ visionario (e quanto!) ma senza nessuna acidità psichedelica, senza nessun retrogusto tossico o allucinato. E’ un’apologia dell’infanzia e dello sguardo infantile senza nessuna tentazione regressiva, di allontanamento dalla realtà, dal qui ed ora. I sogni sono un prolungamento, un complemento del reale, che ad essi scorre parallelo e da essi attinge energia. Certo, si potrebbe dire, il protagonista non è un esempio di persona concreta (è quasi un disadattato, nelle relazioni). Ma a me sembra che svolga un ruolo simbolico, catartico: ci (ri)indica la strada, una strada che possiamo percorrere con la nostra automobilina di cartone ondulato. Forare una gomma è un’eventualità imponderabile, andare più o meno lenti, cantando o stando zitti, ascoltando la radio o chiacchierando col compagno di viaggio, sono scelte individuali.
Il conto:
Spesi: 5,00 euro
Valore effettivo: 7,00 euro
Bilancio: +2,00
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29 gennaio 2007 by Marco
Ieri sera, su la7, una lunga e interessante trasmissioni sugli anni del terrorismo e della violenza politica.
A un certo punto, un filmato con interviste a studenti universitari di oggi, sulla loro conoscenza di quegli avvenimenti. Tra gli altri non meno sconcertanti dialoghi, questo:
- Intervistatore: Sai cos’è l’Italicus?
- Studente: L’Italicus?… E’ quel treno dove viaggiavano i morti… della strage di Piazza Bologna.
Ho riso. Ma c’è davvero poco da ridere.
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21 gennaio 2007 by Marco

Qualche giorno fa, guardavo distrattamente il Telegiornale, nei giorni del conclave di Caserta. Compare Prodi che fa una dichiarazione. In questi casi di solito la mia distrazione tende ad aumentare. Ad un certo punto il Presidente, forse per stanchezza o perchè la distrazione ha colpito anche lui, dice qualcosa tipo “…un accordo con tutti i partiti dell’arco costituzionale…”
Sobbalzo. Arco costituzionale. Sono proiettato in un’altra dimensione spaziotemporale. Vedo Berlinguer ed Almirante materializzarsi nel soggiorno. Sulla libreria compare una radio cubica Brionvega. Fustini cilindrici, miniassegni, buste del latte triangolari volteggiano nell’aria in una visione psichedelica sulle note di “El pueblo unido” e “Rumore”. Una vaga angoscia gastrica mi suggerisce che non ho ancora fatto i compiti e domani dovevo offrirmi in latino. Poi sullo schermo ricompare Giorgino e torno nella realtà.
Ci sono parole che hanno lo stesso effetto evocatore dei sapori e degli odori proustiani. Il sapore dell’arco costituzionale è un sapore d’infanzia, di stanchezza e di speranza che arrivino le vacanze. La politica italiana, quando si esprime senza lapsus ed anacronismi, suggerisce sensazioni analoghe, ma senza nessun’aura poetica, nessuna commozione.
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25 settembre 2006 by Marco
Venerdi scorso, ho visto a Torre del Greco il concerto di Nicola Arigliano col suo nuovo quartetto.
Ora, va detto che per me Arigliano non è semplicemente un arzillo vegliardo che è stato recemente riscoperto come un eccellente cantante jazz, coperto di premi e riconoscimenti tardivi, riportato a Sanremo dopo quarant’anni con una splendida canzone, perennemente in giro a suonare con invidiabile energia eccetera eccetera.
Quest’uomo, nel mio immaginario, è ricoperto di valore aggiunto. La sua faccia nasuta, buffissima, mi è familiare da quando ero in fasce. Lui era l’uomo del Digestivo Antonetto, quello che è così comodo che si può prendere anche in tram, quello che brandendo una paletta da vigile urlava “gruppo vacanze piemonte! si parte!…” per poi fare da intrattenitore canoro in un bus di gitanti dallo stomaco in disordine. Il fatto che fosse, o fosse stato in tempi precedenti un cantante era un elemento del tutto marginale.
Come Calindri, altra icona dei Caroselli, o come l’uomo in ammollo Franco Cerri (altro eccellente jazzista che, per ironici destini, è stato uno dei suoi accompagnatori dal vivo negli ultimi tempi), era un’entità indissolubilmente legata al prodotto che reclamizzava, e a null’altro. In televisione a quei tempi lo si vedeva solo lì, a differenza di un Paolo Ferrari, che oltre a tentare senza successo di turlupinare le massaie italiane propinando loro due fustini di un detersivo anonimo e scadente in cambio di un Dash, almeno era anche l’assistente di Nero Wolfe.
Andando quindi a vedere un suo concerto (cosa che ho fatto due volte in un anno) o ascoltando un suo disco, mi sento di officiare anche un piccolo rito di riconciliazione tra infanzia e presente. Mi sento in pace col cosmo e con me stesso. E mi diverto un mondo. Davvero.
Perchè Arigliano è sempre stato uno che si diverte a cantare ed a scherzare con lo swing, senza prendersi mai troppo sul serio. Condisce il suo stile ineccepibilmente jive con olio di Bitonto: i suoi “salutame a soreta” e “grazie assai” insaporiscono lo spettacolo come il peperoncino fresco un piatto di orecchiette.
Ora poi che ha ottantatrè anni, gioca anche con consapevole malizia a fare la parte del vecchio rincoglionito, e lancia i suoi esilaranti tormentoni ad ogni canzone (“il maestro xxx ora improvvisa sul tema”. “Ecco l’assolo del contrabbassista detto il Reverendo Otis” e così via).
In questa occasione, al posto del pianoforte, c’erano una chitarra ed una fisarmonica piuttosto krameriana. Il suono quindi risultava un po’ più crepuscolare, e particolarmente suggestivo nelle ballads. Nessuna sorpresa, ovviamente, per chi lo conosce. Per chi non lo ha mai visto dal vivo, un consiglio: non lasciatevelo sfuggire. Dopotutto, ha ottantrè anni. E gli auguriamo di andarsene in giro a cantare per altri venti. Ma tra vent’anni magari rimpiangerete di esservene persi diciannove senza averlo visto quand’era giovane.
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29 agosto 2006 by Marco
La memoria è un’ossessione, in generale, per molti. Per me senz’altro. Mi rendo conto che più passa il tempo più corro il rischio di sprofondare in un piccolo inferno autoreferenziale, fatto di infanzia congelata e di tanti frammenti autoconsolatori: canzoni, ectoplasmi televisivi, oggetti, eventi remoti che spesso mi allontanano dal presente più di quanto vorrebbero essere (e spesso sono davvero) una chiave d’interpretazione, una luce sull’oggi.
Freno la pippa speculativa e vengo al dunque. Voglio parlare oggi, ad otto anni dalla sua morte, di una persona che ho molto amato da bambino e che, riscoperto da grande, amo con maggior consapevolezza e tenerezza. Questa persona è Nino Ferrer.
Lo adoravo quando cantava (pochi cantanti non mi annoiavano, nella noia generale della mia infanzia televisiva, e lui era il numero uno del divertimento), e quando faceva lo scemo nei varietà del sabato, sempre con quell’aria furba da guascone sciupafemmine e pieno di vita. E poi, il primo disco che ho ascoltato in assoluto, credo, è stato suo. Lo comprò un mio fratello. Girava in continuazione sulla fonovaligia di casa. Era Le Telefon: chissà perchè, nella versione francese.
Mentre crescevo, lui scompariva dalle scene, almeno in Italia. Non era certamente più un popolare artista quando, durante un viaggio in Francia, recuperai una sua cassetta, e mi dissi cavolo, ma era davvero bravo. Uno che era in grado di fare del R’n'B di tutto rispetto essendo biondo, mezzo francese e mezzo italiano, e senza sembrare ridicolo. Ma non solo. Uno che scriveva belle canzoni, che sapeva attraversare con leggerezza il beat, il jazz, il blues, la bossanova. Che suonava con musicisti con le strapalle (Manu Dibango tra gli altri).
E poi, uno che sapeva scrivere e giocare con grande intelligenza con le parole. I suoi testi, quelli che non erano marchette d’occasione (e pure quelle erano carine), sono spesso pieni di invenzioni tipicamente francesi, di quella tradizione ludico-letteraria che va da Roussel a Queneau, all’Oulipo: Omofonie, calembour, gusto della costruzione delle frasi e soprattutto tassonomie, molto alla Perec (tanto per gradire: un altra presenza ossessiva e produttrice di ossessioni e di memoria. Il cerchio si è chiuso quando, rileggendo Mi Ricordo, mi sono imbattuto in “Mi ricordo Gaston y a l’téléfon qui son“).
C’è da poco un suo sito ufficiale: è carino e ben fatto. Vale la pena di dargli un’occhiata.
L’ultimo ricordo che depongo qui è quello di otto anni fa, in un agosto più o meno come gli altri, più o meno come questo. Lessi o sentii per radio che l’uomo che per me aveva rappresentato l’archetipo, l’imprinting originario dell’allegria e della gioia di vivere, si era sucidato. Rimasi sconvolto. Nino Ferrer si era sparato una fucilata nella sua casa di campagna, il 13 agosto del 1998, due giorni prima del suo sessantaquattresimo compleanno.
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