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Mortadella e Madeleines

Romano ProdiMarcel Proust Qualche giorno fa, guardavo distrattamente il Telegiornale, nei giorni del conclave di Caserta. Compare Prodi che fa una dichiarazione. In questi casi di solito la mia distrazione tende ad aumentare. Ad un certo punto il Presidente, forse per stanchezza o perchè la distrazione ha colpito anche lui, dice qualcosa tipo “…un accordo con tutti i partiti dell’arco costituzionale…” 
Sobbalzo. Arco costituzionale. Sono proiettato in un’altra dimensione spaziotemporale. Vedo Berlinguer ed Almirante materializzarsi nel soggiorno. Sulla libreria compare una radio cubica Brionvega. Fustini cilindrici, miniassegni, buste del latte triangolari volteggiano nell’aria in una visione psichedelica sulle note di “El pueblo unido” e “Rumore”. Una vaga angoscia gastrica mi suggerisce che non ho ancora fatto i compiti e domani dovevo offrirmi in latino. Poi sullo schermo ricompare Giorgino e torno nella realtà.
Ci sono parole che hanno lo stesso effetto evocatore dei sapori e degli odori proustiani. Il sapore dell’arco costituzionale è un sapore d’infanzia, di stanchezza e di speranza che arrivino le vacanze. La politica italiana, quando si esprime senza lapsus ed anacronismi, suggerisce sensazioni analoghe, ma senza nessun’aura poetica, nessuna commozione.

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Stravecchio digestivo

Digestivo AntonettoVenerdi scorso, ho visto a Torre del Greco il concerto di Nicola Arigliano col suo nuovo quartetto.
Ora, va detto che per me Arigliano non è semplicemente un arzillo vegliardo che è stato recemente riscoperto come un eccellente cantante jazz, coperto di premi e riconoscimenti tardivi, riportato a Sanremo dopo quarant’anni con una splendida canzone, perennemente in giro a suonare con invidiabile energia eccetera eccetera.
Quest’uomo, nel mio immaginario, è ricoperto di valore aggiunto. La sua faccia nasuta, buffissima, mi è familiare da quando ero in fasce. Lui era l’uomo del Digestivo Antonetto, quello che è così comodo che si può prendere anche in tram, quello che brandendo una paletta da vigile urlava “gruppo vacanze piemonte! si parte!…” per poi fare da intrattenitore canoro in un bus di gitanti dallo stomaco in disordine. Il fatto che fosse, o fosse stato in tempi precedenti un cantante era un elemento del tutto marginale. Nicola AriglianoCome Calindri, altra icona dei Caroselli, o come l’uomo in ammollo Franco Cerri (altro eccellente jazzista che, per ironici destini, è stato uno dei suoi accompagnatori dal vivo negli ultimi tempi), era un’entità indissolubilmente legata al prodotto che reclamizzava, e a null’altro. In televisione a quei tempi lo si vedeva solo lì, a differenza di un Paolo Ferrari, che oltre a tentare senza successo di turlupinare le massaie italiane propinando loro due fustini di un detersivo anonimo e scadente in cambio di un Dash, almeno era anche l’assistente di Nero Wolfe.
Andando quindi a vedere un suo concerto (cosa che ho fatto due volte in un anno) o ascoltando un suo disco, mi sento di officiare anche un piccolo rito di riconciliazione tra infanzia e presente. Mi sento in pace col cosmo e con me stesso. E mi diverto un mondo. Davvero.
Perchè Arigliano è sempre stato uno che si diverte a cantare ed a scherzare con lo swing, senza prendersi mai troppo sul serio. Condisce il suo stile ineccepibilmente jive con olio di Bitonto: i suoi “salutame a soreta” e “grazie assai” insaporiscono lo spettacolo come il peperoncino fresco un piatto di orecchiette. Nicola Arigliano (oggi)Ora poi che ha ottantatrè anni, gioca anche con consapevole malizia a fare la parte del vecchio rincoglionito, e lancia i suoi esilaranti tormentoni ad ogni canzone (“il maestro xxx ora improvvisa sul tema”. “Ecco l’assolo del contrabbassista detto il Reverendo Otis” e così via).
In questa occasione, al posto del pianoforte, c’erano una chitarra ed una fisarmonica piuttosto krameriana. Il suono quindi risultava un po’ più crepuscolare, e particolarmente suggestivo nelle ballads. Nessuna sorpresa, ovviamente, per chi lo conosce. Per chi non lo ha mai visto dal vivo, un consiglio: non lasciatevelo sfuggire. Dopotutto, ha ottantrè anni. E gli auguriamo di andarsene in giro a cantare per altri venti. Ma tra vent’anni magari rimpiangerete di esservene persi diciannove senza averlo visto quand’era giovane.

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Il Re d’Inghilterra

Nino FerrerLa memoria è un’ossessione, in generale, per molti. Per me senz’altro. Mi rendo conto che più passa il tempo più corro il rischio di sprofondare in un piccolo inferno autoreferenziale, fatto di infanzia congelata e di tanti frammenti autoconsolatori: canzoni, ectoplasmi televisivi, oggetti, eventi remoti che spesso mi allontanano dal presente più di quanto vorrebbero essere (e spesso sono davvero) una chiave d’interpretazione, una luce sull’oggi.
Freno la pippa speculativa e vengo al dunque. Voglio parlare oggi, ad otto anni dalla sua morte, di una persona che ho molto amato da bambino e che, riscoperto da grande, amo con maggior consapevolezza e tenerezza. Questa persona è Nino Ferrer.
Lo adoravo quando cantava (pochi cantanti non mi annoiavano, nella noia generale della mia infanzia televisiva, e lui era il numero uno del divertimento), e quando faceva lo scemo nei varietà del sabato, sempre con quell’aria furba da guascone sciupafemmine e pieno di vita. E poi, il primo disco che ho ascoltato in assoluto, credo, è stato suo. Lo comprò un mio fratello. Girava in continuazione sulla fonovaligia di casa. Era Le Telefon: chissà perchè, nella versione francese.
Mentre crescevo, lui scompariva dalle scene, almeno in Italia. Non era certamente più un popolare artista quando, durante un viaggio in Francia, recuperai una sua cassetta, e mi dissi cavolo, ma era davvero bravo. Uno che era in grado di fare del R’n'B di tutto rispetto essendo biondo, mezzo francese e mezzo italiano, e senza sembrare ridicolo. Ma non solo. Uno che scriveva belle canzoni, che sapeva attraversare con leggerezza il beat, il jazz, il blues, la bossanova. Che suonava con musicisti con le strapalle (Manu Dibango tra gli altri).
E poi, uno che sapeva scrivere e giocare con grande intelligenza con le parole. I suoi testi, quelli che non erano marchette d’occasione (e pure quelle erano carine), sono spesso pieni di invenzioni tipicamente francesi, di quella tradizione ludico-letteraria che va da Roussel a Queneau, all’Oulipo: Omofonie, calembour, gusto della costruzione delle frasi e soprattutto tassonomie, molto alla Perec (tanto per gradire: un altra presenza ossessiva e produttrice di ossessioni e di memoria. Il cerchio si è chiuso quando, rileggendo Mi Ricordo, mi sono imbattuto in “Mi ricordo Gaston y a l’téléfon qui son“).
C’è da poco un suo sito ufficiale: è carino e ben fatto. Vale la pena di dargli un’occhiata.
L’ultimo ricordo che depongo qui è quello di otto anni fa, in un agosto più o meno come gli altri, più o meno come questo. Lessi o sentii per radio che l’uomo che per me aveva rappresentato l’archetipo, l’imprinting originario dell’allegria e della gioia di vivere, si era sucidato. Rimasi sconvolto. Nino Ferrer si era sparato una fucilata nella sua casa di campagna, il 13 agosto del 1998, due giorni prima del suo sessantaquattresimo compleanno.

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Alcolismo post-elettorale

Julia - La grappa di carattere - Sylva Koscina

Se la vostra squadra ha vinto, festeggiate con Stock 84.
Se ha perso, consolatevi con Royalstock.
E se ha pareggiato…. Julia, la grappa di carattere.
(grazie a Paolo)

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Lingue di allodola

Larks' tongues in aspic Ieri, mentre lavoravo, avevo Pandora in sottofondo (ormai ascolto quasi solo lei, col raffinamento progressivo le selezioni sono diventate ottime). A un tratto, subliminalmente, mi fa sobbalzare per la sua bellezza una canzone che conosco e che non ascoltavo, credo da una ventina d’anni. “Book of saturday”, dei King Crimson.
Credo che all’epoca non l’avessi apprezzata abbastanza. E’ stato come riaprire un cassetto e trovarci dentro un mazzo di fiori. Una piccola canzone semplicissima, essenziale, intensa. Strumenti ridotti al minimo. Melodia formidabile. Esattamente il contrario della pomposità “progressive” di certi anni ’70. Ho ritrovato un sapore antico, d’infanzia, riletto con il mio sguardo di adulto, e che non fa a cazzotti col presente. E’ stato un momento di riconciliazione.

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Perec: Sparizioni e Memoria

Oggi è il ventiquattresimo anniversario della morte di Georges Perec. Posto qui, dopo averlo rivisto, un articolo che scrissi qualche anno fa per “Storie

Georges Perec Il 3 marzo del 1982 muore, a 46 anni, Georges Perec. Questa estrema ‘sparizione’ conclude emblematicamente la storia personale di uno scrittore che ha fatto dell’assenza, degli eventi di lenta o repentina scomparsa e dei tentativi di recupero uno degli elementi centrali della sua scrittura.
Tredici anni prima era uscito presso Gallimard il suo romanzo ‘La Disparition’. Un opera che non è eccessivo definire sconvolgente: si tratta infatti infatti del primo romanzo lipogrammatico mai pubblicato: oltre 300 pagine dalle quali è completamente assente (da cui la sparizione del titolo) la vocale ‘E’, la più frequente nella lingua francese.
Questa operazione apparentemente folle non è altro che un’applicazione radicale della contrainte (letteralmente: costrizione), il caposaldo teorico dell’ OuLiPo (Ouvroir de Litterature Potentielle). Questo gruppo, creato da Raymond Queneau e Francois Le Lionnais, elaborò la pratica di una Letteratura Potenziale che, attraverso la imposizione di rigidi vincoli (intesi fondamentalmente come regole di un gioco che impegna lo scrittore in una sfida alla propria creatività), si propone come un motore di nuove possibilità per la scrittura. Perec – che era anche un enigmista e cultore di giochi linguistico/letterari- diventò ben presto uno dei membri più assidui e rigorosi di questo laboratorio. Italo Calvino, Read more »

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