Tag: morte

Buona fine

31 dicembreIl titolo del presente post, per coloro che non avessero colto la sottile ironia, si riferisce ovviamente all’anno in corso. Lo preciso per evitare di passare per menagramo.
Non potevo finire il 2007, nonostante la perdurante inerzia che mi coglie, senza un post conclusivo. Mi ritrovo tra le mani un raccontino che ha qualche nesso con il capodanno, e qui lo trascrivo. Auguri. E buon principio.

Per un lungo periodo, intorno ai sei anni, mi sono ammalato periodicamente di tonsillite.
La prima volta mia madre, osservando le placche che avevo in gola, disse stupita: “Che strano!.. Tu non hai mai sofferto di tonsille…”
Pronunciò la stessa frase poco tempo dopo, quando mi ammalai di nuovo.
Così pure la terza volta.
Quando, dopo un paio d’anni e svariate decine di episodi di febbre con placche in gola, mia madre continuava a stupirsi del fatto che mi veniva la tonsillite pur non avendone mai sofferto, cominciai a rendermi conto che c’era qualcosa che non tornava. Quel ripetitivo stupore espresso in quella frase pronunciata ogni volta pressoché identica, con minime varianti, era il sintomo di qualche problema di rapporto con la realtà.
Col tempo ho capito che questa storia fotografa con precisione l’approccio di mia madre alla vita.
Lei, costretta da una paura esistenziale che non le da tregua, concepisce il mondo staticamente, come un quadro od una foto. Un fermo immagine in cui vengono cristallizzate in eterno le cose e le persone. Uno scenario rassicurante da cui è escluso ogni divenire, ogni possibilità di evoluzione, ogni incognita, potenzialmente foriera di apocalissi ingovernabili, inconcepibili. Meglio quindi abbandonare la dinamica per la statica e crearsi il proprio piccolo album di fotografie, e andarsele a guardare ogni tanto. Tanto quelle non si muovono, restano lì. Il pupo insaponato nella vasca non cresce, non si ammala, non va via di casa, non ti dà dispiaceri. La coppia di sposi sull’altare resta lì per sempre a guardarsi sorridente, mano nella mano col prete di fronte che li sta benedicendo. Il nonno e la nonna, nello studio del fotografo, in posa un po’ rigida, con la tendina ad onde sullo sfondo, tradiscono si un certo disagio, dovuto alla scarsa familiarità con quei posti dove bisogna stare fermi, fa caldo e ci sono tutte quelle diavolerie moderne, ma tutto sommato hanno una bella faccia e stanno certo meglio lì che dietro al rettangolo di marmo a cinque metri da terra dove abitano da quarant’anni.
Quindi, è normale. Se non hai mai sofferto con la gola, è strano che ti venga la tonsillite. In generale, se nasci sano, non è previsto che ti ammali. Stupore. Non hai mai sofferto. Non vai soggetto.
Bah. Le feci notare una volta che, a voler applicare rigorosamente questa logica, si sarebbe potuto legittimamente concepire un dialogo di questo tipo:

-Hai saputo? E’ morto Tizio.
-Uh Gesù, che strano. Ma come, quello è sempre stato vivo…

Il che mi porta a fare una piccola divagazione su una credenza popolare, un detto molto usato da mia madre, quello che dice che chi fa una certa cosa o si trova in una determinata situazione a capodanno, poi farà quella cosa o si troverà in quella situazione tutto l’anno. Ora, a parte che io non mi ubriaco, non vado a dormire all’alba, non mangio lenticchie e non stappo spumanti tutto l’anno, c’è da fare una constatazione meramente logica che dirà una parola definitiva sull’argomento. Se infatti è incontrovertibilmente vero che chi muore a capodanno poi resta morto tutto l’anno, non altrettanto si può dire, o almeno non con la stessa granitica certezza, di chi a capodanno è vivo. Almeno, così mi pare.
Ma ora debbo lasciarvi, perdonatemi. Devo andare a fare il mio solito gargarismo serale. Poi prendo l’ansiolitico e vado a dormire. Buonanotte!

Vedi anche:

Camera oscura

Blow-upBergman Antonioni sono morti a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Il povero Michel Serrault, anch’egli dipartito in questi giorni, è stato un piccolo vaso di coccio tra due colossali anfore di bronzo, in quanto ad attenzione dei media.
A rischio di accodarmi ai necrologi di circostanza, vorrei spendere qui due parole per l’occasione. Di Bergman confesserò di poter dire davvero poco. Ognuno ha le sue lacune. Io ad esempio, non ho (ancora) letto Proust. E non ho praticamente mai visto un film di Bergman. Ma ho intenzione di colmare la lacuna, con tempo e pazienza. E mi fido degli esperti e degli amici. Come questo.
Ma su Antonioni voglio, devo dire qualcosa. Ognuno, credo, ha la sua piccola lista di film (e di libri, di canzoni, di dischi) che gli hanno cambiato la vita. Quelle esperienze che si fanno in adolescenza e che segnano definitivamente il tuo modo di guardare il mondo, di sognarlo, di esprimerlo. Per me, uno di quei film, visto quasi immediatamente dopo 2001 (che è il primo della lista), è senz’altro Blow Up. Ricordo perfettamente quella scassatissima e microscopica sala (“Cinema Italnapoli”), specializzata in rock movies, recuperi di terza visione e “cinema d’essai” dalla quale uscii stupefatto e stravolto, alla fine della partita di tennis senza palla. Analogamente al film di Kubrick, questa esperienza obliqua, onirica,  misteriosa, piena di silenzi, di suoni e di immagini memorabili, totalmente immersa nel periodo ed allo stesso tempo astratta, atemporale, mi aveva aperto una porta della testa. Anni dopo, avrei scoperto che la storia era ispirata ad un racconto di Cortázar (quello che ha regalato il nome a questo blog, uno scrittore che amo incondizionatamente). E tutto mi sembrava tornare, in una corrispondenza sincronistica. A differenza di Kubrick, Antonioni non ha sempre sfornato film folgoranti come quello, e i suoi limiti, oggi, sono facili da individuare. Ma film come Professione Reporter e probabilmente altri (che neppure ho visto, e che oggi ho più desiderio di vedere), restano per me delle piccole zone di luce, diamanti muti e risplendenti che servono ad indicarti la strada quando fa buio, quando non sai dove andare. Il bello è che le strade che ti indicano non sai dove ti portano, sono sghembe, tortuose, innecessarie, e ti sembra di essere più confuso di prima. Ma emozionato e vivo.

Vedi anche:

Mondo Cane

Ieri, ho sentito una di quelle notizie -capitano- di fronte alle quali la reazione è “ma davvero solo ORA hanno deciso così”?

La notizia è la seguente: L’Unione Europea ha deciso di proibire l’importazione (che finora, a quanto pare, era fiorente) di pellicce di cane e gatto prodotte in una serie di paesi dell’estremo oriente, principalmente in Cina.
La notizia (al tg2) era corredata di immagini, parzialmente “purgate” di allevamenti dei suddetti animali.  

Ci sono certi argomenti su cui ognuno gioca la propria personale inclinazione alla empatia del dolore. Il mondo è pieno di tragedie, di uomini donne e bambini morti, uccisi, resi schiavi, utilizzati per il traffico di organi, violentati e via dicendo. Io personalmente -non perché sia insensibile alle suddette tragedie, tutt’altro- provo una stretta particolare allo stomaco quando vedo e sento cose, magari meno “gravi” che riguardano gli animali, ed i cani  in particolare. Debolezza da zitella anglosassone, forse. Nessuno è perfetto. Ma forse anche perchè mi pare di leggere in questi comportamenti umani una metafora, un indizio svelato, un archetipo di ciò che di peggio è possibile fare quando non ci sono barriere morali ad arginare un tipo di comportamento che è la quintessenza del male: l’indifferenza alla sofferenza o più spesso il godimento sadico nei confronti di esseri senzienti coi quali c’è relazione affettiva, inermi ed innocenti, giustificato dall’interesse materiale. Che siano cani e gatti è solo un dettaglio. Non per loro, ovviamente.

Vedi anche:

God bless anyone but you stupid bastard

Sempre a proposito di morti ammazzati e sul suo modo di trattarli (o meglio, di utilizzarli, in realtà, per trastullarsi con altro) nella comunicazione.
Sul suo Blog, Matteo Bordone ha scritto uno splendido post, che sottoscrivo integralmente. Parte da un editoriale di Christian Rocca sul Foglio, che, nell’affrontare la strage in Virginia, intitola il suo pezzo “L’America è un po’ pazza” e conclude dicendo.

L’America è Blacksburg o Columbine, ma è anche la società più vitale del pianeta e l’unica capace di prendersi sulle spalle il peso del suo e del nostro futuro.

Io, nel post di Bordone, ho lasciato un commento, che vi riporto qui. Perchè per me l’argomento è uno di quelli che da un po’ di tempo ritornano quasi ossessivamente.

Penso che nel caso di Rocca (e di Ferrara) ci troviamo di fronte ad un desolante fenomeno psicologico, tipico di molte persone dall’intelligenza acuta ed inquieta (ma anche, di riporto, di parecchi stupidi). Si comincia con lo stigmatizzare -giustamente – le banalità conformistiche, gli automatismi mentali ideologici, le frasi fatte, lo scarso uso del ragionamento, la faziosità, si prosegue con l’atteggiamento “controcorrente” di default, si approda alla acritica faziosità speculare, avendo fatto il giro completo. Alla fine ci si sente comunque molto intelligenti e molto etici, senza un particolare sforzo cognitivo. Esattamente come quelli da cui ci si voleva differenziare.

Vedi anche:

Panic

izzehG ocirnE

Ho bisogno di fare una premessa.
Non mi piace incazzarmi, fare il moralista, fare il fustigatore di costumi, l’indignato. E questo è uno di quei rari casi in cui combatto con un’onda emotiva forte, personale. Sono tentato da tutte quelle cose che in genere tento di evitare. Ho voglia di incazzarmi davvero, e di prendermela personalmente con qualcuno. Cercherò di non farlo. Ma non ho intenzione di nascondere il mio stato d’animo.
In questi giorni, si festeggiano i 18 anni di Blob. Tutti a celebrare, dagli addetti ai lavori fino a Prodi e Berlusconi che inviano messaggi ammantati di compiacente circostanza. Fin qui tutto normale. Anch’io, in generale, sono stato e sono uno spettatore di questa rivoluzionaria trasmissione, che mi ha regalato di tempo in tempo momenti di divertimento, di inquietudine e di irritazione.
Ma succede questo: è stata realizzata un trasmissione speciale per l’anniversario, presentata in gran pompa ieri. Il titolo è Don’t panic. La frase riprende quella pronunciata dall’assistente del tesoriere della Pennsylvania, Budd Dwyer, quando quest’ultimo si suicidò sparandosi in bocca in diretta televisiva. Quel filmato fu passato su Blob in prima serata, integralmente, e fu uno dei momenti “topici”, per così dire della sua storia.

Qui devo fermarmi e aprire una parentesi del tutto personale. Read more »

Vedi anche:

Perdenti assassini

Manifesto della RSICapita, talvolta, che in un breve giro di tempo, arrivino uno dopo l’altro, attraverso canali differenti, parole, segnali che sembrano appartenere tutti allo stesso discorso, allo stesso senso, che sembrano voler dichiarare le stesse ipotesi, le stesse possibilità.

E quando quei segnali riverberano alcune delle proprie ossessioni personali, quelle parole risuonano ancora più sonore, più evidenti nel loro senso sincronico. A me è capitato da poco: tre incontri casuali nel giro di pochi giorni con lo stesso fantasma. Li riporto qui.

1. Domenica scorsa, durante la trasmissione su La7 di cui parlavo nel mio post precedente (Niente di Personale, condotta da Antonello Piroso), a un certo punto erano in studio, assieme, Alberto Franceschini, capo storico delle Brigate Rosse, e Mario Tuti, estremista di destra pluriomicida e pluriergastolano. Si parlava dei loro percorsi, e delle motivazioni che li hanno spinti a fare ciò che fecero. (Qui il video integrale)

Antonello Piroso: Franceschini ha detto: volevamo fare la rivoluzione…. Nel vostro caso, i neofascisti… che cosa volevate?

Mario Tuti: Noi non volevamo conquistare lo stato. Noi -la cosa può sembrare folle- ci sentivamo defraudati dalla sconfitta del 45…. Noi ci richiamavamo alla sconfitta. Non pensando di poter volgere quella sconfitta in una vittoria, ma come testimonianza. Non c’eravamo. Volevamo esserci anche noi… A me in quegli anni… mi fosse venuto come Faust, Mefistofele, m’avesse chiesto cosa volevo…. avrei chiesto di poter essere stato fucilato anch’io nell’agosto del ’44 in Santa Maria Novella, come racconta Malaparte…. lì furono fucilati i fascisti che avevano difeso Firenze. Era quella la mia aspirazione.

2. Oggi, leggo sul Mattino la recensione di Guido Caserza all’ultimo libro di Hans Magnus Enzesberger, Il perdente radicale. Ne riporto qualche stralcio.
Read more »

Vedi anche: