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Postilla Sanremese

Dunque, rispetto a quanto scrivevo prima della finale:

Le due canzoni migliori non sono neanche arrivate tra le prime dieci.
Le due peggiori sono arrivate seconda e terza.
Ha vinto una canzone onesta, in tutti i sensi.

Il tutto si è concluso con una seria dichiarazione di Baudo che si compiaceva del fatto che finalmente le canzoni rispecchiano la società o qualcosa del genere (c’è da chiedersi dove sia vissuto Baudo negli ultimi quarant’anni. Forse, entrato nel casinò di Sanremo nel 1969, c’è uscito solo per trasfersi al teatro Ariston).

D’altronde, Sanremo è Sanremo (e scusate l’ovvietà).

Vedi anche:

Una multiforme temperie di sentimenti

Johnny DorelliVogliamo parlare del Festival di Sanremo?

E sia. Parliamone.

Tanto, il vostro titolare deve riprendere un po’ la mano dopo la latitanza (e la paranza) di questi giorni. Quindi meglio soffermarsi su una cosuccia leggera su cui ognuno è legittimato a dire la sua corbelleria.
Quest’anno ho visto tutte le serate, ritualmente, con antichi sodali, sfidando l’insonnia ed altre malattie psicosomatiche. Pertanto, alla vigilia del finalone, posso ben esprimere qualche concetto a ruota libera. Anzi, farò di meglio. Poichè il Festival ha prodotto in me una serie di contrastanti stati d’animo, cercherò di riassumerveli, specificandone le cause. Ecco dunque

Alcuni motivi di depressione causatimi dal Festival di Sanremo:

  • Vedere Gigi D’Alessio cantare Con il nastro rosa di Battisti è stata una delle esperienze più deprimenti, imbarazzanti, irritanti che abbia mai avuto nella mia vita di ascoltatore/spettatore. E’ paragonabile solo a quella di vedere il suddetto D’Alessio essere superospite a Sanremo, e cantare per oltre un quarto d’ora. E a quella di constatare il fatto che il suddetto sia un idolo delle folle anche oltre il perimetro del quartiere Mercato-Pendino di Napoli. E, in fondo, a quella di constatare che esista Gigi D’Alessio. E’ una sensazione che condivido con la totalità dei miei amici napoletani. Mi domando spesso se il fatto di vivere a Napoli e non appartenere alla fascia socioculturale dei suoi fans non comporti un pregiudizio negativo ingiustificato. Chissà. Il discorso meriterebbe approfondimenti, ma è meglio lasciar perdere. Primo, perchè questo vuol’essere un post leggero. Secondo, perchè se lo faccio e si viene a sapere nel quartiere dove vivo, come minimo mi gambizzano. Concludo con una citazione dell’ottimo Ernesto Assante:

    Se esiste un dio della musica D’Alessio e Lara Fabian dopo questa esibizione si sono guadagnati l’inferno

  • La vittoria nella categoria dei giovani di Fabrizio Moro. E il premio della critica. E il tormentone giornalistico sull’ “impegno civile”, sul “coraggio”, sul “Sanremo di sinistra” e via dicendo. Ma siamo impazziti? Ma l’avete sentita quella canzone? Avete provato a leggere il testo? Avete visto il video sul maxischermo, coi faccioni di Lennon, Madre Teresa, Martin Luther King eccetera? La sagra dell’ovvietà buonistica. La parodia del Jovanotti più insopportabile. Il testo ricorda Elio quando sfotte Lorenzo ne “La visione della figa da vicino”. Solo che questo fa sul serio. E la musica. Una brutta copia dell’unica e costantemente riciclata canzone degli Zero Assoluto, che già un capolavoro non è.
    Eppure, tutti a dire che bravo che bello, che impegno, evviva Borsellino, abbasso i cattivi, le canzonette possono cambiare il mondo, bravo Baudo che hai portato a sanremo la società civile…. Basta. Meglio fermarsi qui. Che terra dei cachi, questa.

Alcuni motivi di allegria causatimi dal Festival di Sanremo:

  • Semplicemente, il fatto che le autentiche schifezze sono state pochissime (Al Bano, Mazzocchetti e poco più, e comunque ad un livello meno intollerabile di altre edizioni), e che ho ascoltato molte canzoni dignitose (MangoCristicchi, Velvet, Concato) alcune più che dignitose (Tosca, Nada, Silvestri) e almeno un paio decisamente belle, quelle di cui parlerò tra poco. E per i giovani, vale lo stesso discorso. Purtoppo quelli che secondo me erano i migliori sono stati eliminati subito (FSC e Pier Cortese, davvero molto bravi), e ha vinto quel che sapete. Ma in generale, ricordando certi obbrobri passati, c’è di che consolarsi.
  • Elisa. La più bella voce e tra le migliori autrici che abbiamo oggi in Italia. Nulla da aggiungere.
  • Le canzoni di Amalia Grè e Johnny Dorelli. Le più belle, le mie favorite, quelle che non vinceranno. La Grè, che non mi ha mai particolarmente entusiasmato per quel suo piglio ostentatamente “ricercato”, che sottende la puzza al naso e il complesso di superiorità del jazzista -che ne potete sapere voi poveri canzonettari- ha tirato fuori un piccolo capolavoro, dal sapore allo stesso tempo classico e ricercato. Mi ha ricordato un  po’ -paradossalmente, vista l’abissale differenza di timbro vocale- certe cose di Nina Simone: quel sapore malinconico e un po’ agro, oscuro e arioso allo stesso tempo…. Brava.
    Ma è Johnny quello che mi riscalda il cuore. Io non sono giudice imparziale. Alla mia età, e con le mie precoci frequentazioni televisive, Dorelli non è uno qualsiasi. E’ uno di famiglia. Arriva dopo anni di assenza uno che somiglia ad un vecchio orsacchiotto ritrovato in un cassetto, che pensavi di aver perso in chissà quale trasloco, e ritrovi tutto il valore delle parole classe, professionalità, stile, arte. Dorelli canta, Calabrese e Ferrio scrivono la canzone. Sembra di essere tornati indietro di trent’anni almeno, ma lo stupore è tutto di oggi. Canzone quasi perfetta, un piccolo gioiello senza tempo. Come per Arigliano, ci si rende conto ogni tanto che il sentimentalismo della memoria spesso ha una sua ragion d’essere.

Un motivo di grandissima allegria causatomi dal Festival di Sanremo:

  • Stefano Bollani che prima e dopo avere accompagnato (splendidamente) Dorelli nel duetto della terza serata ne ha fatto un’imitazione perfetta ed esilarante. Da sola meritava una standing ovation.

Vedi anche:

Telegrammi Camp

Chi ci ricorda / 5 bis

Gloria GaynorQuesto post è un’integrazione all’ultimo chiciricorda (già piuttosto vecchio). Dunque, se il gentile navigatore desidera un’informazione completa, è pregato, laddove non l’abbia già fatto, di leggere / ascoltare la necessaria premessa.
Detto questo, veniamo al dunque. La mia amica L., che si appresta a celebrare i suoi quarant’anni con una grande festa danzante, mi ha pregato di confezionarle una compilation per la bisogna, all’insegna della disco ‘70-’80. Cosa che ho scrupolosamente fatto, attingendo ad un repertorio che, come molti, aborrivo da adolescente ed oggi mi procura brividi di godimento proibito. Immergendo le mani dentro questo ribollente calderone, tra una palla di specchietti rifrangenti, un flacone di paillettes, alcune giacche bianche e un tubo di Tenax, ho (ri)trovato tra gli altri reperti canori un paio di favolosi pezzi che hanno in comune il periodo, il riff telegrafico di cui sopra (per il sopra, vedi sopra) e le interpreti, due figure gloriose della mitologia camp, due icone gay, due personaggi ‘oltre’: Raffaella Carrà e Gloria Gaynor. Raffaella CarràE ho detto tutto, direbbe Peppino. Chi ci ricorda, e chi le ricorda? Tra i miei coetanei, tutti, credo. I più giovani, senz’altro riconosceranno la canzone che ha rilanciato nelle charts qualche anno fa Geri Halliwell (però vuoi mettere con Gloria?). Ma la vera perla è Rumore. Un pezzo che, detto senza ironia, a risentirlo adesso, non è affatto male, anzi, ha un tiro da fare invidia. E tutt’e due telegrafano, telegrafano…..

The Weather GirlsE un telegrafo scrupoloso – a post già scritto – mi ha fatto rendere conto del fatto che in realtà It’s raining men non era cantato da Gloria, ma da un gruppo che si chiama The Weather Girls. Che volete, sulla rete circolano un sacco di files approssimativi (oops! l’ho detto!…) e così apocrifi di ogni tipo traggono in inganno il pover’uomo non espertissimo (io forse sono un po’ esperto d’altro, ma non sono certo un filologo della disco). Comunque tutto ciò non sposta di molto quanto ho scritto, e faccio ammenda mettendoci una foto anche delle due grassone. Ecco.

Camp telegram

  1. Raffaella Carrà: Rumore (1974)
  2. The Weather Girls: It’s raining men (1983)

Vedi anche:

Buoni propositi per il 2007

In libreria, mi sono capitati tra le mani due libri usciti recentemente: il Dizionario completo della canzone italiana (Giunti) e l’Enciclopedia del rock italiano (Arcana). Come faccio in questi casi, vado alla lettera P e vedo se per caso è citato il gruppo al quale mi onoravo di appartenere.
Ebbene, è citato, con considerazioni piuttosto lusinghiere, in entrambi i tomi. Questo minimo evento, unito al piccolo movimento, leggera increspatura d’acque, che ha causato il post di qualche settimana fa su argomento analogo, mi ha fatto riflettere sul fatto che tale argomento – i Panoramics -, tanto nella mia vita quotidiana, quanto nel presente blog, è stato piuttosto trascurato. Per una serie di comprensibili motivi che non vi starò a spiegare, ma che non tolgono il fatto che forse è giunto il momento di scongelare, sdoganare, rianimare il suddetto argomento. Pertanto faccio voto di:

  • Rinnovare al più presto il sito, che fu realizzato nel 1997 -dieci anni fa!-, quasi mai modificato, ed oggi è un inguardabile fossile, la summa di ciò che non va mai fatto in un sito web. Abbiatene pietà, se ci andrete prima del rebuild.
  • Tentare di rendere trasparente a coloro che fossero interessati, e senza inscenare inutili psicodrammi, perchè i vari progetti relativi a ripubblicazioni, riunioni, novità eccetera, si siano finora fermati per problemi connessi alla complicatezza delle umane psichi (la mia, naturalmente, ma anche quelle altrui). Dubbio: il plurale di psiche è psichi?!
  • Superare se possibile tali problemi, e fare almeno alcune di quelle cose ripromesse (es: Ripubblicare il disco, magari online, magari con bonus tracks, magari rimettere mano agli inediti, magari….). Sono cose che non cambieranno il destino dell’Umanità, ma forse potrebbero interessare ad una ristrettissima minoranza di aficionados che non hanno mai mancato di farci sentire la loro voce in tutti questi anni. E sarebbe una bella soddisfazione. Che ne pensate?

In ogni caso, buon anno a tutti.

Vedi anche:

Signora mia….

Questo è un momento, spero perdonabile, di nostalgia autocelebrativa. Il vs. titolare una ventina d’anni fa militava in una band, promessa, ahimè non mantenuta, del pop italiano. Gli capitò di andare ospite anche ad una celebre trasmissione della RAI condotta da un celebre showman.
Succede che qualcuno di buon cuore ne ha recuperata una traccia in Rete (non se ne n’era conservato nulla, tra gli interessati) e me l’ha segnalata. Eccola. Bei tempi, e soprattutto, quanti capelli!

Vedi anche:

Peccati Originali

La notizia è che a Peter Gabriel un consesso di Premi Nobel ha assegnato il titolo di “uomo di pace dell’anno” per il suo impegno umanitario. Cerimonia in Campidoglio a Roma, con presenza dei suddetti nobel e del Sindaco Veltroni.

Orbene, nel presentare la notizia al tg3 delle 19, tanto nei titoli quanto nel servizio, si è cominciato pressapoco così “Peter Gabriel, ex componente dello storico gruppo dei Genesis…”. Come direbbe qualcuno più bravo di me, questa frase rivela molto più su chi la pronuncia che sull’oggetto della frase stessa.

Immaginate una frase, allo stesso tg, di questo tipo: “Walter Veltroni, storico dirigente della FGCI degli anni ’70….

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