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Little Miss Sunshine

Little Miss Sunshine
Come forse ricordate, ultimamente, mi capita con regolarità sospetta di arrivare all’ultimo momento al cinema e beccarmi gli unici posti rimasti nella prima o seconda fila. Questa circostanza ha creato inopinatamente un nuovo criterio di valutazione critica: la prova cervicale. Difficilmente sbaglia. Questo film qui l’ha brillantemente superata. E’ precisamente quel genere di piccoli film -”indipendenti”- ben fatti, carini, intelligenti e mooolto divertenti. Con bravi attori, una sceneggiatura frizzante e -immagino- quattro soldi di produzione. Vince in qualche festival ed ecco il nuovo regista rivelazione. Che in questo caso sono due, non giovanissimi -marito e moglie?- di quasi cinquant’anni cadauno, con un passato di videomaker musicali -REM in particolare, e forse non è un caso-.
In ogni caso, questo è un film da non perdere. Nonostante qualche inevitabile ingenuità e/o spartanezza (si dirà così?) tipica delle produzioni low cost, è davvero -scusate il termine- delizioso. Una famiglia di sfigati -il padre aspirante guru dell’autoaiuto per vincenti, incapace di aiutare se stesso, il figlio adolescente asociale, nicciano e muto per un fioretto, lo zio mancato suicida, gay, esperto di Proust e vittima di una sfiga colossale, il nonno scorrettissimo, sessuomane e tossico, la madre quasi normale e la figlia, bambina cicciottella aspirante little miss, tenera buffa e adorabile – si mette in viaggio su uno scassato pulmino Wolkswagen con la frizione rotta (che pare il furgone hippy di Cars) per arrivare in California in tempo per la finale del concorso per pretty babies del titolo. Little Miss SunshineNaturalmente, come ogni buon road movie, ne succedono parecchie, tra cadaveri trafugati, riviste porno, clacson impazziti e via dicendo. Non è il caso di dire di più. Gli attori sono eccellenti, dalla bambina al nonno Alan Arkin, che in questa versione pelata canuta e scorrettissima somiglia impressionantemente a Peppe Servillo. Peccato che nella colonna sonora ci sia solo una canzone di Sufjan Stevens, la splendida Chicago, perfetta e -vi confesserò- il primo motivo che mi ha fatto scattare la curiosità per il film, quando l’ho sentita nel trailer. Le musiche sono oneste e funzionano, ma sentire Sufjan ti fa venire una voglia di continuare ad libitum, soprattutto quando c’è una così stretta affinità tra la musica e le immagini. Ma è poca cosa. Magari al prossimo i registi si potranno permettere di pagare un po di più per le royalties. Speriamo.

Il conto:
Spesi: 7,00 euro
Valore effettivo: 6,00 euro (ma solo per la scarna confezione)
Bilancio: -1,00

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